Ridistribuzione

La cosiddetta informazione, che attraverso telegiornali e talk show ammaestrati, arriva “agli italiani” – indifferenziata entità molto amata da tutti i capipartito a vocazione populista – ci ricorda in modo compulsivo che abbiamo speso troppo, che lo Stato spende troppo per noi, ci cura troppo, ci sono ancora troppi diritti, troppa scuola, troppe tutele, e senza una radicale riforma del mercato del lavoro – cioè la totale messa a disposizione di uomini e donne alla logica del mercato, al comando d’impresa, al farsi ognuno impresa di se stesso in competizioni con gli altri – non ci saranno più investitori disposti a investire da noi e non si potrà uscire dalla sempre incombente bancarotta dello Stato.

Dopo la cosiddetta informazione sul tema “quello che l’Europa si aspetta da noi”, subentrano sempre le pause pubblicitarie, che servono a finanziarie i suddetti programmi di ammaestramento all’austerità, altrettanto compulsive, che ci sbattono al’improvviso su tutt’altro terreno, comunicandoci l’euforia dello spendere, il sogno del lusso, i paradisi della merce. In penitenza per senso di colpa o in trance per un desiderio consumistico, che per altro sempre più non può essere soddisfatto e quindi crea frustrazione e rancore: siamo in gap estenuante. Debito e consumo. Tagli al Welfare e graziose elargizioni (gli ottanta euro) per il mercato (che ovviamente non vengono spesi o sono utilizzati per altre urgenze).

E’ il circolo vizioso della crisi del capitalismo, nella fase della sua globale e globalizzante finanziarizzazione; crisi feroce, che riconduce lo Stato alla mostruosa sovranità che il costituzionalismo democratico aveva addomesticato e “miscelato” con le forme della sovranità popolare, e mette in evidenza un”unica idea piantata come una bandiera nella testa di chi sta nei posti che contano: quella di procedere alla diminuzione dell’imposizione per arricchire i ricchi e al taglio della spesa sociale e dei redditi da lavoro o da pensione per impoverire i già poveri, gli impoveriti, quelli che via via entreranno nel girone infernale dell’impoverimento.

Il problema gigantesco che oggi si pone si chiama ridistribuzione della gigantesca ricchezza che nei decenni che abbiamo alle spalle, con ritmo crescente, col salto di qualità provocato dalla crisi del 2008 e con la progressiva e sempre più intensa condivisione, complicità, accondiscendenza di tutta la politica che conta, si è concentrata nelle mani di pochi. Bisognerebbe parlare solo di questo.

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