Hannah Arendt, la libertà, la giustizia

Hannah Arendt, di famiglia ebrea tedesca, esule come ebrea fin dal 1933, prima in Francia e poi a New York, è la pensatrice che con maggiore lucidità, lungimiranza e libertà di pensiero si è interrogata sull’origine del totalitarismo – il troppo spesso rimosso buco nero del Novecento europeo – e sul come sia stato possibile che in Europa si arrivasse all’orrore nazista, partendo da un contesto di democrazia liberale, da regole e procedure e meanstreaming culturale a esso ispirate.

Sistema totalitario come anche lo stalinismo, ebbe a chiarire, in tempi precoci e con grande – a quei tempi – coraggio intellettuale, Hannah Arendt, perché lo stalinismo condivise col nazismo la negazione della vita umana, la riduzione di ogni essere umano a pura superfluità, e col nazismo si incontrò sodale nella furia concentrazionaria, condotta fino alle estreme conseguenze.

Ma affermare il carattere totalitario del regime stalinista non consente in nessun modo la rimozione di quello nazista. Irriducibile su questo punto la posizione della pensatrice.

La vita, nella sua singolare irripetibilità, è al centro della riflessione filosofica e politica di Hannh Arendt; è l’assillo che la spinge a scavare nel cuore di tenebra della modernità, a metterne in luce i dispositivi antropologici che permettono per opera di umani la riduzione di creature umane a seriale configurazione dell’inutile superfluo. E umani resi seriali replicanti del male dall’adattamento alla burocratica routine quotidiana del male.

Qual è la radice oscura del totalitarismo, in quale anfratto abita e si cela il lato viscido, oscuro della democrazia, quello che consente, quando si accumuli il peso di grandi contraddizioni storiche, di far precipitare i deficit, gli opportunismi, i tradimenti della politica e delle sue regole e delle sue classi dirigenti, nel baratro del totalitarismo? Cristallizzazione di tutte le contraddizioni della modernità, scrive Arendt  nelle Origini del totalitarismo ma non solo questo. Perché la comparsa in Occidente del totalitarismo, in quegli anni terribili, va oltre le contraddizioni più aspre della modernità, di cui pure si nutre, configurandosi anche come un fenomeno radicalmente nuovo e impensato. Inaudito. Da tenere sempre sotto controllo, direbbe oggi la grande pensatrice.

Arendt non fa sconti su questi aspetti, non tollera rimozioni di nessun tipo sui meccanismi di “normale” funzionamento degli apparati e della quotidianità che hanno permesso al nazismo di occupare la vita della società in tutti i suoi lati. E respinge le spiegazioni che ne parlino come di un male metafisico, metaumano, di un nemico assolutamente esterno all’antropologia umana e alle regole interne del Paese dove mette radici, a un fenomeno “esterno”che all’improvviso si impossessi del potere. Perché alla base c’è quel quotidiano farsi conformi, adattivi, indifferenti, inespressivi, sordi, ciechi, muti degli umani, uomini e donne. Privati della voglia di libertà e del senso della giustizia, succubi dei performativi dispositivi burocratici congegnati dalla potente macchina  dell’induzione per osmosi al consenso nei confronti del potere, e dall’indifferenza beota di troppi di fronte agli slittamenti del potere verso il baratro.

E’ la banalità del male, dice Hannah Arendt, l’oscura radice di quel male estremo, di cui i totalitarismi novecenteschi sono stati espressione, e che Arendt vede esemplarmente rappresentata, tra i molti criminali del regime hitleriano, nella figura di Otto Adolf Eichmann, di cui volle seguire come reporter del New Yorker il processo a Gerusalemme. Ed è proprio alla luce di quel processo, soprattutto dei malintesi e delle polemiche che il reportage arendtiano suscitò in Israele e nel mondo ebraico, che il paradigma della banalità del male si offre come la migliore chiave di lettura e di interpretazione del male estremo.

Una sentenza di condanna – è il punto di partenza della riflessione di Arendt nella sua veste di osservatrice del processo –  deve stare alle responsabilità dell’imputato,  che il processo è in grado di accertare nel suo svolgersi e concludersi, e non può assumere i caratteri paradigmatici dell’esempio erga omnes, della rappresentazione  storica di una colpa collettiva o di un diritto collettivo a rivalersene. Un processo non può insomma significare qualcosa che vada oltre la puntuale condanna dei reati commessi singolarmente, per responsabilità diretta, da chi venga sottoposto al giudizio di un tribunale.  Perché questo deve fare un tribunale e perché una vicenda così deve essere scandagliata in tutti i suoi eamndri, Non serve a niente rimandare tutto al “Male Assoluto”.

Sta in questo approccio uno dei punti di riflessione critica più spiazzanti e urticanti – tenuto ovviamente conto del contesto storico di quegli anni, così pervaso dei riflessi emozionali della Shoah  – del reportage con cui Hannah Arendt nel 1961 seguì e diede conto del processo celebrato a Gerusalemme da una corte ebraica contro il criminale nazista Otto Adolf Eichmann, catturato alla periferia di Buenos Aires un anno prima ed estradato a Gerusalemme.  Per volontà politica del governo israeliano – si era appena conclusa la costituzione di Israele come Stato Nazione – quel processo era destinato  ad assumere un forte valore simbolico, dimostrando che Israele era ormai in grado di “rendere giustizia” alle vittime della Shoah e di poter procedere in piena  autonomia su questa strada.

Hannah Arendt  si mostrò invece contraria proprio a un siffatto impianto processuale, all’idea che il processo contro un singolo colpevole assumesse il carattere generale di processo storico al nazismo. Chi era questo Eichmann? In che cosa di preciso e circostanziato era consistito il suo personale ruolo di criminale politico?  Attraverso quali passaggi, decisioni personali e meccanismi burocratici, era potuto succedere che lui, oscuro funzionario all’inizio, avesse compiuto le precise scelte criminose  di cui gli si sarebbe dovuto chiedere conto?

Non a caso le critiche di Arendt nei confronti del  procuratore generale Gideon Hausner e del governo Ben Gurion si focalizzarono  proprio sulla spettacolarizzazione del processo. Arendt chiedeva invece di lasciare emergere le sole responsabilità dell’imputato Eichmann, non pensava utile a niente che un’aula di giustizia diventasse teatro di una sorta di catarsi nazionale e si mettesse in scena una celebrazione del nazionalismo israeliano e dell’opera politica della sua dirigenza.

Al di là dei molti e complessi aspetti collegati a quella vicenda, in particolare l’atteggiamento critico di Arendt sulla “politica dell’identità” del popolo ebraico, che è un capitolo essenziale del suo percorso intellettuale , ciò che ha lasciato il segno del lato giudiziario della vicenda è la raffigurazione che lei traccia di Eichman come del prototipo del “replicante”, figura chiave per chiarire la portata epistemologica del paradigma della banalità del male. Eichmann, ex dirigente  dell’ufficio IV-B-4 del Dipartimento centrale di sicurezza del Reich, nel 1943 l’ organismo preposto a garantire ancora “l’eliminazione del nemico ebreo”, appare a Arendt una meschina figura di burocrate, esempio concreto, da toccare con mano, di quella umanità manipolata e serializzata che caratterizza il totalitarismo. Non è stupido in senso proprio ma è privo di idee, non è in grado di pentirsi, , “non può vedere la realtà perché il suo crimine è divenuto una parte di essa”. Individui “spaventosamente normali” “ normalissimi padri di famiglia”, capaci di commettere, nella perfetta buona fede del replicante, i nuovi crimini del mondo.

Hannah genialmente ha chiamata banalità questa torsione del male. La più inquietante, perché ti performa senza che tu te ne accorga e arriva a corromperti l’anima.

Pubblicato sul Garantista del 29 agosto 2014

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