Delle strategie, delle tattiche, della vita

Cara Giuliana,

mi hai postato una tua riflessione sulle dicharazioni dell’on. Di Battista, deputato del M5S, a cui ha fatto seguito un acceso dibattito.  Ti scrivo quello che penso sulle questioni sollevate,  che sono quanto mai importanti oggi, prendendo spunto dalle cose che hai scritto tu e che ho letto negli interventi. Perché sai quanto io apprezzi che delle giovani prendano posizione su cose della vita, soprattutto quando i fatti su cui si prende parola hanno l’aria ingannevole di essere estranei alla vita e da essa lontani. E invece ne fanno strettamente parte.

Per far fronte agli inquietanti problemi di tipo globale che il concaternarsi delle crisi locali rischia di provocare, in Medio Oriente ma non solo perché ormai, con la crisi ucraina – crisi di  enorme portata – quei problemi toccano di nuovo il cuore dell’Europa, il blocco della produzione e del commercio delle armi  sarebbe una misura urgente oltre che  necessaria, Ma non sarebbe sufficiente perché il busness delle armi ha un’infinità di canali e una potenza operativa senza pari. Che l’Italia concorra all’invio di armi è disastroso. Non sanno quello che fanno le ministre competente, Mogherini e Pinotti, o forse lo sanno ma non mi auguro per loro che sia così. Sarebbe espressione di quell’italico cinismo provinciale e di basso profilo, come spesso è avvenuto. Meglio allora essere politicamente un po’ tonti piuttosto che irresponsabilmente cinici.

  Che l’Italia  poi faccia questa scelta con un frettoloso passaggio alle Commissioni Esteri e Difesa, senza che il Parlamento ne possa discutere a fondo, con conoscenza adeguata del contesto, attraversato da disatrose linee di dissoluzione di ciò che resta di quel Paese e dell’intera area, e di che cosa significherebbe questo invio al buio, conferma il carattere di mera funzione convalidativa che al Parlamento viene ormai attribuito.

La complessità dei problemi internazionali che si vanno cumulando, con ripercussioni di pericolosa contiguità con l’Europa, richiederebbe una politica audace da parte dell’Europa, con l’obiettivo strategico di attivare un processo di pace a largo raggio, guidato dall’Onu a cui dare il massimo aiuto, con la volontà dichiarata di costruire le condizioni di una poderosa Conferenza della pace, dove ognuno si prenda le sue responsabilità, che insieme si bonifichino i pozzi avvelenati dall’odio, dalle ingiustizie, dalle sopraffazioni, di cui anche l’Europa negli anni decisivi che abbiamo alle spalle, e ancora oggi, è  responsabile. Che si moltiplichino i tavoli e si cerchino le soluzioni, attraverso dialoghi e confronti coraggiosi. Con l’Iran in primis, attore fondamentale dell’area. Che si mettano in gioco i leader, le leader più carismatiche e disponbili. Insomma grande politica. Che non c’è dirai tu. Infatti non c’è e non c’è da stare allegri.

Il terrorismo, nelle forme della pulizia etnica, dei massacri indiscriminati,  della cancellazione delle tracce dell’umano nel mondo, è spaventoso ma dobbiamo sapere che questo carattere estremo non è un perimetro che possa racchiudere e dare conto di tutto ciò che viene definito e presentato come terrorismo e di tutte le ragioni che stanno dietro sia a questo tipo di catalogazione sia ad azioni che hanno sì caratteri terroristici ma non discendono da un vision complessivamente terroristica, di cui il terrorismo cioè sia lo strumento fondativo e performativo. C’è una grande confusione sul tema, alimentata anche da quella che dobbiamo continuare a chiamare “ragione di Stato”. Spesso cinica, sempre utilitaristica. E’ l’etichetta con cui, nell’epoca dei neocon e di Bush figlio, gli Stati Uniti bollavano come terroristi e pig gli Stati che entravano in rotta di collisione con le loro strategie e fino a pochi mesi fa l’Iran, con cui oggi per fortuna gli Usa dialogano e che personalmente ritengo un Paese fondamentale per quel processo di cui sopra, era considerato il nemico numero uno da far fuori.

A molti il terrorismo sembra un tema da affrontare sul piano estetico o morale, più che su quello politico. Invece è politico.  Ciò che a noi può fa rizzare i capelli in testa per l’orrore,  per altri è l’unica strada possibile o una strada da verificare per risolvere i problemi con cui devono fare i conti. La natura dei problemi che muove a scelte di questo tipo è poi complessa e sfuggente. Non significa affatto, per esempio, che il terrorismo sia uno strumento che di per sé nasca sempre per dare risposte ai problemi sociali, come ho letto in qualche passagio del vostro dibattito. C’è una cultura politica che batte solo su questo chiodo – per esempio il testo di Di Battista ne è fortemento segnato – ma personalemnte la ritengo inadeguata a capire le cose, riduzionistica e banale.

Ma dobbiamo sapere anche che chi cerca di dare risposta o di collegarsi ai problemi dell’ingiustizia sociale, perché ci crede, perché la sua politica nasce collegata ai problemi di un gruppo sociale, una comunità di popolo o per sue ragioni di potere, se ne può servire per  questi fini, può allearsi, creare accordi con gruppi terroristi. Nel nord dell’Iraq, per esempio, la parte sunnita – su cui si reggeva il potere di Saddam Hussein – sconfitta dalla guerra di Bush, e anche molte tribù locali, contrarie al governo di Bagdad per  la prevalenza di scelte a favore del sud sciita del Paese, vivono la drammatica condizione di chi ha perso ciò che aveva e non sa più come trovare la strada del riscatto. Ho postato sul mio profilo un articolo del Guardian che ne parla con estrema chiarezza e ricchezza di fatti documentati Le schegge di un Paese distrutto si muovono nel cono d’ombra dell’Isis perché al momento sembra loro l’unica soluzione, visto che Bagdad e i gruppi dirigenti del “nuovo” Iraq tutelati dagli Usa hanno soltanto moltiplicato le dinamiche della disaspora delle popolazioni del Nord. Nell’articolo del Guardian si segnala che perfino gli ulema non dicono niente sugli orrori perpetrati dell’Isis. Adattività al male, direbbe la grande Hannah Arendt.

 Il terrorismo che si configura come allo stato “puro”, legato a una visione catartica della comunità di appartenenza (il Califfato per esempio), dotato di una strategia fondamentalista, di imposizione di un modello di società, di pulizia etnica, distruzione di sinagoghe, moschee, basiliche in quanto luoghi empi, – sono loro ovviamente a stabilire che cosa sia empio – e altri orrori, è un capitolo specifico. Anche qui bisogna capire quanto ci sia di “del tutto” originale e autonomo in queste  organizzazioni (al Qaeda, la forsennata Isis disconosciuta per i suoi eccessi persino da al Qaeda e tutta la costellazione) e quanto invece ci sia all’origine di zampino di potenze grandi e piccole, che ne alimentano la nascita e se ne servono a scopi di tutela del proprio potere. E poi quelli diventano, per un’eterogenesi dei fini, varianti a sé o, in certi casi, “diversamente collegate” con gli attori del loro incipit. E’ un fatto noto che i Taleban furono costruiti come forza politica dagli Stati Uniti per far fuori l’Urss dall’Afghanistan di allora. E l’Arabia Saudita nutre i suoi jihadisti distribuiti nelle zone di cui i Sauditi temono l’evoluzione e di cui vogliono mantenere il controllo.

Nei miei numerosi incontri con donne che avevano partecipato alla Resistenza, ciò che mi ha sempre colpito, al di là del coraggio e della determinazione anche sul piano strettamente militare, che spesso  mossero quelle donne e di cui esse conservavano spesso una baldanzosa  e molto femminile memoria, era il versante civile, affettivo, personale che soprattutto ne animava l’incrollabile volontà di andare avanti. La dimensione della vita, il pane che non c’era, la sopravvivenza di chi ami messa sotto scacco.

Fu anche il contributo delle donne che rese evidente la portata storica di riscatto civile e libertà democratica racchiusa in quell’esperienza del nnostro Paese. Poco considerato e non studiato, per altro, questo aspetto, prevalendo la retorica ufficiale delle armi, fin quando è durata, e poi subentrando la tipica smemoratezza italica. Tutto questo per dire che occorre sempre scavare per capire a fondo ciò che renda inpoppugnabile il diritto a resistere di una popolazione afflitta dall’oppressione di qualcuno. Diritto a resistere, agire per resistere. Da che punto di vista? Non ce n’è uno univoco, in nessun senso, per stabilire la congruità e la legittimità di resistere. E’ soltanto un’ideologia autoreferenziale che può costruire l’univocità del modello. Meglio liberarsene, per capire perché si imbocchi una strada o un’altra. Altrimenti anche la nostra Resistenza diventa un riferimento ideogico residuale, un feticcio e non la complessa pagina di rivolta e riscatto umano che è stata. Grande, con le sue nobiltà ma anche le sue cadute. Su cui la sinistra ha poco discusso. Ovviamente.

Pacificamente o con le armi? Ma con le armi fino a che punto? E se con le armi, con quali tattiche? La differenza tra un movimento di resistenza e il terrorismo – alcuni degli interventi sul tuo stato ne parlano – rischia di essere incongrua, una dimensione etica appunto.  Infatti – se non si tratta certamente  di fenomeni della stessa natura – può succedere – ed è successo – che possano esserci delle sovrapposizioni, dei mescolamenti di tattiche,  Perché azioni di natura terroristica possono essere tatticamente assunte anche da movimenti di liberazione, e proprio per la loro intrinseca funzionalità, che è quella di seminare il terrore anche tra chi non è direttamente partecipe dello scontro.

Orribile? Orribile. Personalmente, per come sono ormai, so che in un contesto in cui pure ritenessi ineluttabile e legittimo, perché altro non si può fare, il ricorso alle armi, se  richiesta di un’azione di natura terroristica, anche ad effetto supposto minimo, diserterei.

Ma non basta il giudizio etico, perché le cose del mondo sono troppo intrecciate e se parliamo dell’orrore che imputiamo all’altro non possiamo mettere il buio sul nostro orrore. Questo per me dovrebbe essere l’aspetto di fondo di una nuova semantica di sinistra. Saper guardare dove non ci piace guardare, farci i conti.

L’induzione del terrore negli inermi – perché di questo si tratta – può essere considerato un vantaggio. Per calcolo politico, per cinismo. Ma anche per disperazione di parte. In varie esperienze ce ne sono state di queste scelte e lo strabismo del politically correct di noi occidentali ci rende poco attenti a vedere le cose nella loro complessa drammaticità.  E allora? Le lotte di resistenza non sono mai state un pranzo di gala e se scegli le armi – si chiama lotta armata e potrebbe continuare a fare legittimamente parte di un movimento di liberazione – la scelta può diventare performativa, tale da indurre in automatico le scelte politiche che vengono prese da là in avanti, sulla base del ragionamento che con le armi si può più facilmente ottenere dei risultati, stravolgendo magari, almeno in parte, le  intenzioni dell’inizio. Comprese azioni non di lotta armata ma di terrorismo. E devi sapere che se la resistenza non trova sbocco  alla lunga prevarrà la rappresentazione che i tuoi nemici hanno interesse a costruirti addosso.

E quella del terrorista assetato di sangue oggi è fatta apposta per non fare i conti con i problemi – che vengono così nascosti – che la politica degli interessi strategici delle grandi potenze provoca nel mondo. La tragedia di Gaza e la dissoluzione dei suoi gruppi dirigenti parlano di questo ma ovviamente nessuno ha il coraggio di dire che esiste  spesso, ex ante, anche una politica del terrore che gli  Stati sanno cinicamente adottare. Non riesco a giudicare i bombaradamenti israeliani su Gaza fuori da questo metro di valutazione.

Che cosa fu, d’altra parte, Hiroshima, tragedia bellica a freddo, a guerra ormai finita, se non un gigantesco atto di terrore di Stato per definire, a futura memoria. i confini tra chi aveva vinto e chi perso? Come lo chiamiamo? Eccesso di ibris statalista nell’uso della forza? Diritto dello Stato ad autolegittimare tutto quello che fa? Oppure quello che è stato: terrorismo di Stato? Che è concetto urticante e spiazzante, sepolto nei recessi della memoria di un pensiero non conforme che non riesce più a essere politico.

Io vengo da una sinistra che si è arrabattata per anni sui temi del disarmo, della non violenza, della pace e su pratiche di opposizione alla guerra. Rifarei tutto di nuovo. Perché di una cosa sono sicura: le armi ti fanno come loro, tendono a questo. Dobbiamo imparare a pensare senza, ad agire senza. Per sopravvivere, e perché il mondo sopravviva. Ma so anche che le cose in questi anni sono andate via via all’indietro, in modo inarrestabile, perché non c’era nessuno ad arrestarle, e ciò che fino a un certo punto sembrava impensabile, oggi  non è più tale. Un tempo per far valere le nostre posizioni facevamo appello all’articolo 11. Ricordo ancora la passione indimenticabile di Pietro Ingrao, durante la guerra dei Balcani, nel fare appello a quell’articolo. Oggi mi sembrerebbe un richiamo patetico esercitarmi in quell’appello, nell’epoca che io definisco di decostituzionalizzazione della Costituzione e, come dicono alcuni. di putinismo strisciante. Penso che occorra cercare nuovi argomenti, pratiche, idee per affermare i valori della pace e della non violenza come bagaglio vincolante del rappoto tra lo Stato, le Unioni o Federazioni di Stato ecc, e i cittadini e cittadine. Bagaglio per pensare il mondo e agire la sfera pubblica per il mondo. E su questo terreno che il testo di Di Battista mi appare proprio inadeguato. Un po’ raffazzonato, un po’ provocatorio, in quelli che vogliono essere degli azzardi ma non sono davvero tali, con dentro tuttavia anche cose su cui varrebbe la pena discutere invece di ululare politically correct allo scandalo.

Hanno mai saputo quelli della corte renziana che i generali del Pentagono hanno cercato a più riprese di fare accordi con i Talebani? Che per gli Usa erano stati il male del mondo e col Patriot Act l’amministrazione Bush aveva costruito l’Arabo come figura del nemico interno/esterno.

Ci sarebbero molte altre cose da dire. Ma chiudo qua e sono contenta di aver avuto la voglia di scrivere per averti letta.

Un abbraccio

Elettra Deiana

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One Response to Delle strategie, delle tattiche, della vita

  1. Avatar Giuliana
    Giuliana says:

    Ho postato il tuo link, sollecitata da un commento che sostiene sia “Utopia allo stato puro” ciò che hai scritto ed aggiunge altro, ho risposto in tale maniera: … Io ritengo comunque per mio parere che nessuna forma di terrorismo, nessuna e quindi senza giustificazione alcuna possa essere confusa con resistenza, visto le peculiarità che le distinguono. Il TERRORISMO è una forma di lotta criminale, di violenza illegittima esercitata attraverso azioni premeditate con lo scopo di incutere terrore per destabilizzare una collettività attraverso attentati, sabotaggi, sequestri, stragi, dirottamenti, danni alle Istituzioni, a formazioni politiche etniche e/o religione, di cui molti civili inermi e innocenti fanno le spese. Che lede i diritti umani fondamentali. Il terrorismo è punito dal diritto internazionale e in Italia è normato in materia penale.
    La RESISTENZA seppur armata come quella conosciuta in Italia e come altre altrove seppur avendo adottato anche strumenti violenti di offesa non lo ha fatto con l’intenzione di sterminare culture e/o religioni, e/o qualsiasi forma politica differente, semmai liberare dall’oppressione che certe dittature imponevano. Il TERRORISMO invece si rivolge all’instaurazione di uno status esclusivo, monoreligioso, monopolitico,monoculturale e per raggiungere il proprio scopo lo fa utilizzando i metodi più truci, come sta avvenendo in Iraq in questo momento ad esempio. Io resto ferma su questa ma posizione. Certo molto ci sarebbe da approfondire e non credo di avere la verità in tasca ma questo mio vedere le cose e viziato come in ognuno dal proprio sentire gli accadimenti nel mondo. Come ha detto una volta Gino Strada che certo ne avrà viste più di molti, “io non sono pacifista, sono contro la guerra” e tutto questo crea un continuo stato di inquietudine in me per l’impotenza che mi sento tra le braccia, tanto che mi adopero come posso nei miei limiti, attraverso la formazione di iniziative di sensibilizzazione contro la guerre. Dico una cosa, non è utopico uno Stato senza armi, sono 11 quelli fuori dai conflitti. Uno la Costa Rica non contempla esercito, forse un giorno ci andrò per capire come funziona perché è come se ne sentissi la necessità. Spero solo di averne opportunità non si sa mai!