Women against feminism

Chiacchiero  con una  giovane amica e lei mi chiede all’improvviso che cosa io pensi del movimento – o che cosa sia – Women against feminism. Che vuoi che pensi, le rispondo, il femminismo ha sempre suscitato discussioni, alimentato polemiche, posto donne ( e uomini) di fronte a interrogativi reiterati nel tempo, spesso fastidiosi, perché riguardano nodi, vincoli, paradigmi che il femminismo ha scardinato ma ovviamente non cancellato del tutto e così restano nel flusso delle cose. Elementi intrinsechi del dsordine del post patriarcato e dei patriacalismi di ritorno, che le donne  stesse spesso alimentano.
E’ successo già che voci femminili si siano levate contro il femminismo e io mi sono sempre chiesta e ho chiesto: perché non sarebbe dovuto succedere o non dovrebbe ancora succedere? Lo scombussolamento provocato dal femminismo è stato forte ma niente va perduto della vicenda umana, dell’esperienza molteplice e contraddittoria di donne e uomini che ha fatto la storia, scolpito i comportamenti, alimentato l’immaginario, la memoria, il desidero. Tutto ritorna a galla, trasformato certo, ma ritorna. Come in un gioco dell’oca. Viviamo in mezzo alle scorie del post patriarcato e della crisi del maschile. E tutto intanto continua a mutare.
Ogni donna, singola e insieme ad altre (o altri), può pensarla come vuole e desiderare il migliore dei mondi possibili secondo i suoi canoni. Può pensare che è meglio guardare avanti o viceversa è meglio rimpiangere il passato. so che i desideri che muovono  Women against feminism sono lontanissimi dai miei, e sono segnati, come molte altre cose di questa fase, dal rischio di una forte regressione culturale e di altro anche peggiore, ma va bene così. Magari arriveranno a pensare che occorra far codficare per legge che la priorità per le donne deve essere la scelta di mettere su famiglia, di pensare in esclusiva ai figli, al marito, al focoloare domestico. Sarebbe terreno di battaglia politica, a quel punto, come avviene su tante altre cose che le lotte delle donne hanno realizzaoe e che vengono continuamente messe in discussione. Ma scontri di questo tipo fanno parte dell’epca che viviamo, le illusioni sulle conquiste irreversibili delle donne, che in certe fasi del femminismo alcune femministe hanno teorizzato, appaiono oggi dei reperti senza senso.
C’è però una cosa che Women against feminism, le donne di quel movimento e soprattutto le altre attratte dalle loro posizioni,  dovrebbero sapere. E andrebbe detto a chiare lettere, tanto per delineare i contorni del problema.  Loro, e tutte quelle che lo desiderano – su maschi famiglia figli casalinghità ecc – possono dire quello che vogliono “liberamente”, senza cioè che chi le circonda pensi che proprio quello che dicono sia l’unico destino delle donne e le donne per natura non possano far altro che questo, perché per “natura” sono destinate a queste mansioni. Invece loro possono dirlo in libertà ma solo perché c’è stato il femminismo, che ha rudemente e sofisticatamente -prassi e pemsiero – rotto l’incantesimo della narrazione patriarcale sui rapporti tra uomini e donne, e ha messo in discussione il principio prescrittivo che assegnava  alle donne il posto obbligato nella sfera domestica per legge di natura.
Un cambiamento storico-antropologico che riguarda tutte e tutti, checché uomini e donne a questo proposito pensino. C’è una bella differenza evocarlo, quel desiderio di un posto privilegiato  in casa, o non so dove, come una bandiera  alternativa, come segno di libertà – sicuramente assai male riposta ma libertà – e doverlo subire invece in silenzio perché non c’è altro posto pr te nel mondo.
Penso però anche  che sarebbe ora che le femministe, in Paesi come il nostro, la smettessero di preoccuparsi solo di “questione di genere”,  di contrattare le regole per le donne, di chiedere le tutele per le donne, di stabilire che cosa sia lecito e che cosa non sia lecito per le donne, in relazione alla sfera personale, alle scelte di vita e cose di questo genere. Di ridurre continuamente le donne a vittime o a soggetti deboli. Anche io non ho molta simpatia per questo genere di femminismo. Che ognuna sia, per quanto è possibile,  libera di se stessa,  che risponda a sé delle sue scelte, condividendole con chi vuole  e non debba essere messa in mezzo a qualche decalogo politically correct, con un timbro femminista apposto in copertina.
Le femministe si vivano la loro libertà come vogliono e dove vogliono, e quelle che vogliono avere voce pubblica, meglio farebbero a occuparsi dei problemi dello stare al mondo – e come stare al mondo – di donne e uomini. E cercare di capire che cosa dal femminismo possa venire per affrontare meglio quello che succede nella contemporaneità. I problemi, gli affanni, le contraddizioni, i disastri dell’oggi in quale idea femminista, in quale esperienza umana femminile possono trovare qualche risposta? C’è una possibilitù in questo senso? Ci possono essere frutti di questo tipo? A me sembra che questo sia oggi il punto dirimente, per mettere a frutto il tanto che il femminismo ha prodotto, che per valere ancora  dovrebbe valere  per tutto ciò che abbiamo in comune come umani, per aiutarci a affontare meglio i problemi dell’oggi.

Perché l’idea che il femminismo, o qualche femminismo, sia depositario di chissà quale canone  salvifico  per le donne fa venire l’orticaria anche a me. E rimango tuttavia  inossidabilmente femminista, aggiungo per rassicurare la mia amica, che è giovane ma femminista convinta. “Sporca femminista” come ha detto Michela Murgia? mi chiede. Non fa parte del mio lessico, lquesta espressione, e rispondo, ma forse sì, ci vuole. “Sporca femminista?” o”vetero femminista”, l’ha detto sempre Murgia, mi dice ancora la mia amica. No dai, facciamo solo sporca. Vetero mi ricorda troppo l’età e poi i veteri non mi sono mai piaciuti.

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