• Category Archives Confronti
  • La cronaca e il Palazzo

    La cronaca e la politica: a sentire conduttori e conduttrici tv sembra che tra le due cose non ci sia rapporto. Ti descrivono l’Italia in tilt da neve, i guai della capitale nelle mani di un sindaco da stramazzo, trenitalia che abbandona al freddo e al gelo per giornate intere treni regionali carichi di cittadini, comuni isolati senza acqua né luce, l’esercito in marcia per spalare, insomma carenze di manuntenzione di tutto, deficienze nella cura di ciò che serve per la vita delle persone e la salvaguardia del territorio, un’Italia in default di sopravvivenza e altro e dopo improvvisamente ti dicono che passano alla politica.

    Perché? Non c’è forse un nesso tra i fatti del Paese, soprattutto certi avvenimenti e certe vicende, e la politica? Di che si deve occupare la politica se non di quei fatti? Dichiarare le sue responsabilità, cercare soluzioni, immaginare almeno di far meglio? Passiamo alla politica?

    Dovrebbero dire almeno passiamo al Palazzo. Infatti ci raccontano delle scaramucce che avvengono nel Palazzo, quelle tra i partiti che sostengono Monti, quelle tra le correnti dei partiti, quelle tra gli esponenti di partiti che non ci sono più e le dichiarazioni dell’uno o dell’altro, i giri di valzer su riforme di cui si parla da vent’anni e tutto quello che volete. I fatti della cronaca, i fatti del Palazzo.

    E la politica? Non c’è più. O quasi.

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  • 27 Gennaio

    E’ avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. E’ avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.”

    Primo Levi (1919-1987), I sommersi e i salvati, 1986

    What else?

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  • Unità d’Italia

    L’anniversario dei 150 anni di unità nazionale non poteva capitare in un anno peggiore, tra leghisti astiosi e secessionisti, Villa Arcore e Palazzo Grazioli in tutt’altre faccende affaccendati, la lingua madre alla malora e la ministra Gelmini alla carica e poi Pompei più volte disastrata, Genova, le Cinque Terre, il Veneto e ancora, in giro per la penisola, disastri da territorio malato e l’Europa che ci commissaria, la crisi che fa stramazzare il Paese, i diritti che vanno in fumo e la politica che si squaglia. E arriva il Governo dei Tecnici per salvare l’Italia e intorno a esso il mantra della lode quotidiana è talmente esteso da risultare imbarazzante, se solo si riflettesse un momento sulle cose, ma nessuno ci fa caso, anzi le lodi crescono in maniera esponenziale, come se l’attesa del Salvatore, l’epifania del Medesimo e la Sua esposizione coram popolo e l’acclamazione gionaliera del Suo operato fossero il frutto di un’attitudine nazionale irriducibile, un male italico dell’anima, una vocazione innata ad affidarsi a qualcuno. Dopo 17 anni di affidamento a Berlusconi, oggi un altro affidamento, per di più neanche scelto ma “tecnicamente” guidato e imposto: pessimo anniversario. Eppure a primavera milioni di cittadini uomini e donne non si erano affidati a nessuno e avevano votato come hanno votato e altro ancora, da questo lato delle cose – che è il lato della cittadinanza attiva e responsabile – potrebbe essere ricordato.
    Le celebrazioni retoriche servono a poco, anzi sono controproducenti perché offrono alibi per pensare che 150 di storia patria come la nostra non obblighino a riflessioni serie su a che punto sia il nostro Paese. Intanto comunque finisce l’anno horribilis dei 150 anni e comincia il primo dei prossimi. E allora, visto che in questi giorni si fanno gli auguri perché il tempo natalizio è quello di un nuovo inizio, il mio augurio è che il nuovo anno offra davvero qualche chance positiva al nostro Paese, anche restituendo alla politica un po’ del suo ruolo, perché si dia da fare seriamente per ritrovare la bussola del che fare, con i cittadini, donne e uomini e giovani, soprattutto, i loro diritti, la loro voglia di partecipazione, il loro amore per le cose.
    Auguri.

     

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  • A CHE PUNTO E’ LA NOTTE (Isaia, cap. 21, versetti 11,12)

    Come è noto il presidente Obama ha fallito il suo tentativo di mediazione diretta tra le parti del conflitto Israelo – Palestinese. Questo ennesimo negoziato era stato salutato con speranza e con rispetto dalla comunità internazionale e dalla stessa U del suo fallimento. E’ infatti difficile considerare gli USAsuper – partes o onest- broker in questo conflitto e ciò non solo per la storia delle relazioni privilegiate Usa – Israele ma anche per il condizionamento interno che la lobby ebraica esercita sul Presidente e sul Congresso. Inoltre il governo di Benjamin Netanyahu non aveva manifestato alcun segnale positivo, neanche rispetto a ciò che Abu Masen considerava pregiudiziale e cioè il congelamento della costruzione delle colonie.Vale ricordare che proprio per questo fu costituito nel 2002 a Madrid il “Quartetto” composto da Usa, Ue, Russia e Onu, ritenuto un consesso più rappresentativo ed equilibrato, e che esso avrebbe dovuto garantire l’evoluzione positiva della road map: un percorso negoziale che passo dopo passo avrebbe dovuto portare alla soluzione dei due Stati. Anche quel processo è finito in un vicolo cieco; tuttavia la soluzione non andava cercata nella mediazione diretta Usa come ai tempi di Clinton.La dimostrazione dell’ennesimo fallimento sta nel fatto che il presidente Obama, perdendo anche molta della sua credibilità personale, non è riuscito a resistere alla intransigenza Israeliana e suo malgrado ha accettato la decisione del governo israeliano di continuare nella colonizzazione illegale dei territori palestinesi, il cui congelamento nominale era scaduto nel settembre 2010. Dopo la sconfitta nelle elezioni di medio termine la posizione del Presidente Usa si è fatta ancora più debole. Il Parlamento gli ha infatti già imposto di porre il veto al Consiglio di sicurezza Onu nel caso in cui dovesse essere esaminata la proclamazione dello Stato Palestinese nei confini del 1967. Se dopo 20 anni di così detto” processo di pace” si è arrivati a questo punto ora, da dove si riparte?Questa sembra essere la questione principale poiché i riferimenti che fin qui hanno orientato le diplomazie di mezzo mondo sembrano essersi dissolti e, sul terreno pratico, la situazione è talmente cambiata a sfavore dei palestinesi che la stessa prospettiva dei due Stati, che aveva ispirato tutta la strategia da Oslo in poi, appare compromessa. Prima di interrogarsi sul che fare è bene però soffermarsi su come è potuto succedere tutto questo.

    Sulla situazione di Gerusalemme vale la pena di soffermarsi perché è qui che si concentra oggi l’offensiva del governo Israeliano.Innanzitutto è bene ricordare che i palestinesi che risiedono a Gerusalemme sono circa 270.000 ed il 98% di loro risiede nella parte est, cioè quella che in una ipotetica divisione sarebbe dovuta divenire la Capitale dello Stato Palestinese. In tutti questi anni, tuttavia, è avanzata implacabile l’annessione della parte est della città da parte di Israele.Anche questo processo viene da lontano attraverso l’espropriazione delle case, il diniego di licenze edilizie per i palestinesi mentre proliferavano unità abitative coloniali. Oggi l’accelerazione è esplicita e brutale e gli episodi si susseguono quotidianamente fino alla recente demolizione dell’hotel Sheperd, simbolo palestinese per eccellenza perché sede del gran mufti Haj Amin Al-Husseini.Ogni anno i Consoli europei presenti a Gerusalemme stilano un rapporto sullo stato della città ed è ormai un decennio che, anno dopo anno, testimoniano la tendenza alla completa annessione di Gerusalemme est da parte di Israele. Quest’anno il rapporto pone l’accento sull’uso politico da parte di Israele anche dell’archeologia. Insiemealla colonizzazione è in atto, infatti, un processo di ebraicizzazione della parte est della città. In nome di questo negli scorsi mesi è stato attuato un progetto faraonico per la costruzione di un megaparco archeologico, denominato “giardino del re”, con annessi servizi, parcheggi e locali vari, nel quartiere palestinese di Silwan. Inutile dire che ciò ha comportato la demolizione delle case dei palestinesi e la conseguente deportazione della popolazione. Il tutto è stato seguito e testimoniato dall’associazione israeliana Ir-Amin che ha anche un suo apposito sito. Da qui la scelta dei Consoli europei di enfatizzare questo aspetto, fino a chiedere ai tour-operator europei di non utilizzare gli hotel ed i siti archeologici gestiti dai coloni. In questo quadro procede anche il completo isolamento di Gerusalemme dalla Cisgiordania. Insieme all’annessione l’obiettivo è infatti quello di rendere inaccessibile Gerusalemme ai palestinesi della West- Bank. A questo scopo è stato predisposto un percorso del muro che, snodandosi in territorio palestinese, isola completamente interi villaggi palestinesi dei sobborghi . La divisione in questo caso non avviene tra palestinesi ed israeliani ma tra palestinesi e palestinesi .Risulta evidente che la sicurezza non ha nulla a che fare con questi progetti .Così come, per evitare che la congiunzione tra il sud ed il nord della West Bank avvenga tramite il passaggio per Gerusalemme, è stata predisposta una strada che, tagliando fuori Gerusalemme, collega la West Bank senza possibilità di uscita a Gerusalemme. Per completare il quadro delle infrastrutture vale ricordare che è in corso la costruzione dell’alta velocità Gerusalemme – Tel Aviv il cui percorso si sviluppa per una parte in territorio palestinese, e ciò con la partecipazione di imprese europee e dell’italiana Pizzarotti. Il documento dei 26 su Gerusalemme contiene significativamente la richiesta di una delegazione ad alto livello capeggiata dall’Alto Rappresentante per la politica Estera Europea e dai ministri degli esteri UE, al fine di acquisire consapevolezza piena di ciò che sta accadendo a Gerusalemme est ed allo scopo di bloccare le tendenze in atto. Il documento chiede anche la riapertura delle Istituzioni Palestinesi a Gerusalemme est. Ricordiamo, a questo proposito, che dal 1992 al 2001 l’Orient House è stata la sede dell’autorità palestinese a Gerusalemme est. Si tratta di una bellissima costruzione del 1897 di proprietà della famiglia Husseini, adibita inizialmente ad albergo e poi a sede dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi( Unrwa) e in seguito a sede dell’Olp. Nel 1988, a seguito della prima Intifada, fu chiusa per la prima volta dagli israeliani. Nel 1992 con la conferenza di Madrid divenne sede dell’ANP. Quando Benjamin Netanyahu succedette al governo di Simon Peres tentò di chiudere l’OrientHouse ma gli fu impedito dall’Ue e dagli USA perché fatto contrario agli accordi di Oslo. Il 9 agosto 2001, durante la seconda Intifada, vi fu un attentato suicida in un ristorante di Gerusalemme che fece 15 morti israeliani; il giorno dopo la risposta fu la chiusura dell’Orient House ed il sequestro di tutti gli archivi e documenti palestinesi lì contenuti. Da allora è rimasta chiusa e a nulla è valso che il Consiglio Europeo dal 2008 ne chieda la riapertura. Oggi il documento dei 26, riprendendo la posizione del Consiglio, insiste in questa richiesta. Anche sulla situazione a Gaza conviene riferirsi alla risoluzione del Consiglio Europeo del dicembre 2009 che stigmatizza il blocco di Gaza come inumano e controproducente richiedendo la piena attuazione della risoluzione 1860 del Consiglio di Sicurezza Onu.In questo caso il documento dei 26 nota che il Consiglio Europeo, nel richiedere la fine del blocco a Gaza, non pone come pregiudiziale la ricomposizione del conflitto intra-palestinese. Proprio per questo i 26 sollecitano l’Ue a trovare soluzioni transitorie, in attesa che il processo di riconciliazione evolva verso un Governo di unità Nazionale Palestinese, garantite dalla stessa UE con lo scopo di riaprire le frontiere di Gaza al normale commercio, compresi gli scambi tra Gaza e la Cisgiordania.

    ALCUNE CONCLUSIONI

    Anche se il documento dei 26 non rinuncia a credere ancora possibile la prospettiva dei due Stati, appare evidente che si predispone nello stesso tempo a prendere in considerazione altre prospettive e ciò emerge da due affermazioni che per la prima volta vengono messe nero su bianco. La prima sostiene che se da qui all’aprile 2011 non vi saranno evoluzioni significative, il Consiglio Europeo dovrà rimettere tutto nelle mani della comunità internazionale.Che cosa vuol dire questa affermazione? Il documento non fa riferimento esplicito alla iniziativa palestinese tendente arichiedere al Consiglio di Sicurezza dell’Onu il riconoscimento dello Stato Palestinese nei confini del 1967, ma è evidente che a questo si allude quando si evoca il ruolo della comunità internazionale. Anche perché, a questo proposito, vanno segnalate alcune novità rilevanti.Nuovi soggetti stanno entrando in campo e già Uruguay, Brasile e Argentina si sono dichiarati disponibili a riconoscere lo Stato Palestinese e alcuni osservatori sostengono che la posizione di questi tre Paesi preluda a una più diffusa adesione di Paesi latino-americani alla prospettiva sopra delineata. Anche il Cile ha preso una posizione analoga e vale la pena ricordare che nel 1988 più di cento Paesi riconobbero lo Stato Palestinese entro i confini del 1967. Di conseguenza questi Paesi non hanno fatto altro che confermare un riconoscimento già fatto.La stessa Germania sembra aver elevato il grado di rappresentanza diplomatica palestinese promuovendola a rango di ambasciata (fonte agenzia infopal.it).Se, quindi, la nascita dello Stato palestinese non potrà essere negoziato con Israele essa potrebbe in ogni caso avvenire attraverso un riconoscimento internazionale, nel rispetto delle risoluzioni dell’Onu e nei confini del 1967.Non è forse già avvenuto per il Kossovo qualcosa di analogo, in un contesto per altro incomparabile tra le due realtà dal punto di vista della vicenda storica e del diritto internazionale?E’ evidente che la prospettiva a cui lavorano le forze palestinesi aprirebbe nuove problematiche, anche perché la situazione sul terreno è quella che abbiamo descritto. Tuttavia questa iniziativa avrebbe il pregio di unificare il campo palestinese e di togliere il processodi pace dalle secche di negoziati e di accordi che non hanno prodotto alcun risultato se non il peggioramento della vita e dei diritti del popolo palestinese. Non è poi secondario il fatto che ciascuno sarebbe chiamato ad assumere nuove responsabilità fuori dalla comoda copertura di un processo che nei fatti si sta risolvendo soltanto verso la costituzione di un sistema di vera e propriaapartheid per i palestinesi. La seconda dichiarazione del documento a cui facciamo riferimento è ancor più significativa. Infatti pone l’accento sull’impegno finanziario che l’UE ha assunto da Oslo in poi. Se la prospettiva negoziale dei due Stati sfuma nel nulla non si giustifica più l’impegno finanziario che da oltre 20 anni l’Europa ha assunto al posto di Israele quale potenza occupante. In questo quadro, i 26 dichiarano chiaramente che Israele dovrebbe riassumere su di sé le responsabilità anche economiche dell’occupazione e l’ UE limitarsi agli aiuti umanitari.

    ALCUNE PROPOSTEDI LAVORO

    La prima urgenza, visto lo stato del dibattito politico italiano su questo tema, è rimettere le cose al loro posto, ristabilendo le basi di conoscenza oggettiva dello stato delle cose, ripartendo da qui per capire la situazione del conflitto israelo – palestinese e riprendendo, per quel che è possibile, l’iniziativa politica. Far crescere la conoscenza e la consapevolezza della situazione in atto in ambiti allargati ed iniziare un’azione di vera e propria lobby verso il nostro mondo politico, anche di sinistra, che oscilla tra ideologismo ed opportunismoe che, spesso, dà segni di non conoscere e padroneggiare la situazione. L’iniziativa concreta che potremmo contribuire a promuovere, insieme a tanti altri soggetti che già operano in questo campo, è la denuncia ed il contrasto di tutte le attività illegali: dai commercio dei prodotti delle colonie, al settore turistico, a quello edilizio. Partendo dalla conoscenza dei fatti e da prese di posizione come quelle che abbiamo ricordato l’iniziativa può essere più agevolmente costruita.Sul piano politico è poi importante sostenere l’iniziativa palestinese presso le Nazioni Unite, allargando il consenso su questa proposta.Una delle attività permanenti che potremmo proporci è quella di avere un “focus” continuo su questi temi a partire dal sito di SELavvalendoci anche delle innumerevoli fonti, anche israeliane, che forniscono con continuità informazione di prima mano.Insieme al rapporto con i palestinesi, dovremmo riprendere relazioni con il mondo ebraico democratico, preoccupato per l’identificazione inaccettabile tra ebraismo e politiche dello Stato di Israele. Il sostegno e la valorizzazione di preoccupazioni di questo tipo e iniziative che possano nascerne è con tutta evidenza della massima importanza.

    A cura del Forum Politiche Internazionali di Sel (Gruppo di lavoro Conflitto israelo-palestinese)

    Redatto nell’autunno del 2010

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  • Perché Intifada

    Intifada è un punto di vista di parte. E’ il nome che ho scelto per questioni e problemi su cui mi piacerebbe avere uno scambio di idee con voi.

    Perché intifada?
    Intifada. Come Palestina. Resistenza all’omologazione globale della governamentalità occidentale, utopia di pace nelle mani di donne e giovani.

    Intifada. Come spazio pubblico condiviso. Metafora dei diritti negati e del diritto a lottare per affermarli. Contro il primato delle armi, della violenza, del fanatismo politico, del fondamentalismo religioso di tutte le estrazioni.

    Intifada. Come memoria per il cambiamento.

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  • Lo spazio e il soggetto

    Scritto per Giorgio e Luca

    Dedicato alle compagne e ai compagni che sanno che quello che tentiamo di fare non è l’invito a una festa né un pranzo di nozze.

    Ma ci proviamo lo stesso.

    Perché niente di ciò che è accaduto può considerarsi sprecato per la Storia (Walter Benjamin)

    E perché domani è un altro giorno, e il presente è pieno di tante cose che  ci riguardano.

    Abbiamo condiviso, sulla riva dell’Arno, lo  spazio del congresso di Firenze. Spazio grande ma racchiuso e circolare come una conchiglia, sobriamente ed efficacemente allestito e intensamente attraversato da passioni, suggestioni, richiami. E anche preoccupazioni, qua e là, per lo più tra le righe. Disagi e sofferenze. Critiche e perplessità. Come nell’incontro tra donne che inopinatamente si è tenuto sabato 23 novembre, la mattina.

    E non so che altro. Ma il prevalente era la gioia.

    Lo spazio del congresso era proprio uno spazio, tutto intorno a noi, protettivo e complice, con i ritmi, le aspettative, i rituali di sempre. Continue reading  Post ID 239

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  • Il racconto di Nichi

    Di racconti è fatta la storia. O di rappresentazioni, che non sono la stessa cosa ma hanno a che vedere col racconto. Si nutriva – quello di sinistra – di idee e parole, gesti, incontri e discorsi, simboli e anche riti. E miti e figure e vicende eroiche. Rappresentazioni, insomma. Soprattutto era radicato in un’idea forte del mondo e della società, delle relazioni umane e della responsabilità pubblica. Un’idea strutturata come granito nella società, che, comunque la si declinasse, alludeva sempre al cambiamento dello stato di cose esistente, a valori grandi e grandi passioni umane. Rivoluzione mon amour. Continue reading  Post ID 238

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  • Risiko nucleare globale? No grazie

    Dal 3 maggio è iniziata nella sede Onu di New York, l’ottava Conferenza per il riesame del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP) : durerà fino al 28 maggio. Sono presenti le delegazioni dei 189 paesi aderenti al Trattato. Scopo della Conferenza è esaminare lo stato d’attuazione dello stesso trattato e garantirne il rispetto in vista del completo disarmo nucleare. Continue reading  Post ID 226

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  • Nota politica per Bianca e Maria Rosa che sono in Senegal

    Dopo le elezioni regionali di Marzo, l’Italia è sempre più a destra e Berlusconi può continuare a raccontarcela. Forse diventerà anche presidente della Repubblica. Mai dire mai. Gli aspetti preoccupanti della vicenda sono molteplici e vanno ben oltre la sconfitta elettorale. Innanzitutto l’ulteriore degrado a cui è arrivata la crisi della sinistra, da cui anche Sinistra Ecologia Libertà è gravemente segnata. Continue reading  Post ID 223

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  • Libertà a Teheran

    Bene ha fatto Nichi Vendola, aprendo i lavori della prima riunione del coordinamento nazionale di Sinistra Ecologia Libertà, a sottolineare che i fatti di Teheran ci riguardano, ci parlano direttamente.
    Perché quello che sta succedendo da mesi a Teheran ha a che fare con la libertà come profonda aspirazione umana; perché quella vicenda parla del bisogno, del desiderio e della speranza di un altro rapporto col mondo e mette in scena, in forma diretta, non solo l’aspirazione alla libertà ma l’azione per la libertà. Continue reading  Post ID 212

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