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  • Mandela e la Presidente

    La campagna mediatica che si è scatenata contro la Presidente della Camera Laura Boldrini è il frutto dello spirito del tempo che viviamo, della caduta verticale della capacità delle istituzioni democratiche di fare ordine nel rapporto tra cittadini e poteri dello Stato e dare senso e sentimento a tale rapporto.  Senso e sentimento disegnati dalla Carta, e che la politica dovrebbe inverare ma ormai non invera più, mentre la crudeltà della crisi sociale fa il resto. Così stanno le cose ma c’è altro.

    Che Laura Boldrini sia diventata in modo così violento anche lei l’oggetto sacrificale dello spirito dei tempi segnala i lati più oscuri e inquietanti della crisi democratica, ne mette in luce il carattere totalizzante, la portata annientante di quel “siete tutti uguali” che la piazza, i social network, un numero crescente di donne e uomini, attanagliati dal vuoto del presente, scagliano come un macigno contro la politica. E mette in luce, proprio nella specificità dell’episodio,  il riemergere in forme primordiali quell’odio contro le donne, quell’opaca misoginia che, nelle crisi di umanità come quella che viviamo, diventa spesso carburante a poco prezzo nelle mani degli appiccatori di incendio.
    Laura Boldrini è una donna di sinistra ma non viene dal mondo della politica né con la politica ha mai avuto quegli stretti legami di frequentazione che spesso stanno dietro ai nuovi arrivi nelle sedi istituzionali. Ha fatto altro, qualcosa di nobile, ed è noto a tutti quello che ha fatto.  Della politica è un outsider, non le si può attribuire nessuna responsabilità dei guasti che hanno sfregiato le istituzioni fino ad oggi, per responsabilità diretta dei partiti. Ai guasti, con i poteri che derivano dalla sua carica, ha cercato di offrire qualche rimedio. In qualche modo  “ci mette la faccia”.
    Di che natura è allora lo scandalo che la riguarda? Perché il suo desiderio di partecipare ai funerali di Nelson Mandela suscita la furia dei cantori del “siete tutti uguali”? Di che cosa la si rimprovera? Di avere affannato il bilancio dello Stato, occupando dei posti in più sull’aereo di Stato che ha portato la delegazione del governo in Sudafrica? Le cose non stanno così, come chi di dovere ha spiegato. Di aver  fatto viaggiare a spese dello Stato il suo compagno di vita? E allora? Di avere forzato il cerimoniale a fini personali? Anche qui le cose non stanno così, anche qui siamo di fronte ad argomenti tipici di chi cerca pretesti polemici. Perché è consuetudine  – e la vita del mondo, in tutti i suoi variegati aspetti, a cominciare proprio dalla politica, si basa anche sulle consuetudini – è consuetudine  dunque che in certe occasioni di ufficialità diplomatica i rappresentanti dei Paesi siano accompagnati dalla consorte. O dal consorte, come succede sovente per le sovrane dei Paesi nordici, per non parlare dell’inossidabile Queen Elisabeth. O per le sempre più numerose signore che occupano le prime poltrone del potere in giro per il mondo. E succede in Italia, ovviamente. E allora? Nel Paese della Sacra Famiglia  che non c’è più, ma dove si alimentano i sogni neodemocristiani e conservatori di buona parte della nostrana classe politica,  vogliamo stabilire per legge che chi rappresenta la Repubblica non deve in nessun modo dare visibilità ai proprio legami familiari? O forse dà fastidio l’ufficialità o quasi ufficialità di una coppia di fatto che ha come figura pubblica principale appunto una donna?
    Sulla vicenda pesano le fatwa degli appiccatori di incendi ma pesa anche l’assordante silenzio della politica ufficiale. Segno della sua crisi. Non potrebbe essere diversamente.
    La storia di Nelson Mandela, le grandi battaglie contro l’Apartheid che vennero condotte eroicamente in quella parte del mondo ed ebbero la forza di coinvolgere l’Occidente risvegliando  il suo senso di colpa, parlano di noi, nel male e nel bene, perché la mobilitazione democratica fu grande e coinvolgente in molti Paesi europei.   Quelle lotte fanno parte delle pagine più nobili scritte dal desiderio di riscatto, di recupero di dignità e libertà dell’umanità. Una pagine da scolpire nel Pantheon del mondo, delle cose che parlano a noi tutti, al di là delle ideologie, dei programmi politici, delle idee di come uscire dalla crisi che ci attanaglia. Il fatto che la terza carica dello Stato – una signora la cui biografia umana e culturale è stata segnata fortemente, come per  gran parte del mondo italiano di allora,  dall’epopea di Mandela – abbia voluto essere là quel giorno, come presidente della Camera dei Deputati, dovrebbe essere considerato – in un Paese non affranto come il nostro –  il segnale di una affettuosa  mossa fuori dalle liturgie senza anima dei riti ufficiali, la testimonianza di una volontà di vicinanza sentimentale del nostro Paese a quella storia, che va oltre l’ufficialità ufficiale, un di più in quella delegazione per forza di cose segnata dalla norma dei cerimoniali di Stato. La storia di Laura Boldrini porta questi segni e l’istituzione che lei incarna dovrebbe essere vista anche attraverso la storia di chi la fa vivere.
    Ma sono cose che non valgono più nulla, bruciate dallo stato comatoso della politica e dalla morte della rappresentanza democratica. Con quel malefico rischio di una risorgente misoginia politica che questa vicenda mette i luce, a fronte di quel dilagare di figure e figurine femminili sulla scena pubblica che salva  l’anima a chi continua a non voler vedere.
    Forse se a chiedere di poter essere presente ai funerali di Nelson Mandela fosse stato il Presidente del Senato e  lui, come da consuetudine, ci fosse andato con sua moglie, la critica non ci sarebbe stata o sarebbe durata lo spazio di un mattino.

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  • Forconi

    Articolo di Marco Revelli, pubblicato sul Manifesto del

    Torino è stata l’epicentro della cosid­detta “rivolta dei for­coni”, almeno fino o ieri. Torino è anche la mia città. Così sono uscito di casa e sono andato a cer­carla, la rivolta, per­ché come diceva il pro­ta­go­ni­sta di un vec­chio film, degli anni ’70, ambien­tato al tempo della rivo­lu­zione fran­cese, «se ‘un si va, ‘un si vede…». Bene, devo dirlo sin­ce­ra­mente: quello che ho visto, al primo colpod’occhio, non mi è sem­brata una massa di fasci­sti. E nem­meno di tep­pi­sti di qual­che clan spor­tivo. E nem­meno di mafiosi o camor­ri­sti, o di eva­sori impu­niti.
    La prima impres­sione, super­fi­ciale, epi­der­mica, fisio­gno­mica – il colore e la fog­gia dei vestiti, l’espressione dei visi, il modo di muo­versi -, è stata quella di unamassa di poveri. Forse meglio: di “impo­ve­riti”. Le tante facce della povertà, oggi. Soprat­tutto di quella nuova. Potremmo dire del ceto medio impo­ve­rito: gli inde­bi­tati, gli eso­dati, i fal­liti o sull’orlo del fal­li­mento, pic­coli com­mer­cianti stran­go­lati dalle ingiun­zioni a rien­trare dallo sco­perto, o già costretti alla chiu­sura, arti­giani con le car­telle di equi­ta­lia e il fido tagliato, auto­tra­spor­ta­tori, “padron­cini”, con l’assicurazione in sca­denza e senza i soldi per pagarla, disoc­cu­pati di lungo o di breve corso, ex mura­tori, ex mano­vali, ex impie­gati, ex magaz­zi­nieri, ex tito­lari di par­tite iva dive­nute inso­ste­ni­bili, pre­cari non rin­no­vati per la riforma For­nero, lavo­ra­tori a ter­mine senza più ter­mini, espulsi dai can­tieri edili fermi, o dalle boîte chiuse.
    Le fasce mar­gi­nali di ogni cate­go­ria pro­dut­tiva, quelle “al limite” o già cadute fuori, fino a un paio di anni fa ancora sot­tili, oggi in rapida, forse ver­ti­gi­nosa espan­sione… Intorno, la piazza a cer­chio, con tutti i negozi chiusi, le ser­rande abbas­sate a fare un muro gri­gio come quella folla. E la “gente”, chiusa nelle auto bloc­cate da un fil­tro non asfis­siante ma suf­fi­ciente a gene­rare disa­gio, anch’essa presa dai pro­pri pro­blemi, a guar­darli – almeno in quella prima fase – con un certo rispetto, mi è parso. Come quando ci si ferma per un fune­rale. E si pensa «potrebbe toc­care a me…». Loro alza­vano il pol­lice – non l’indice, il pol­lice – come a dire «ci siamo ancora», dalle mac­chine qual­cuno rispon­deva con lo stesso gesto, e un sor­riso mesto come a chie­dere «fino a quando?».

    Altra comu­ni­ca­zione non c’era: la “piat­ta­forma”, potremmo dire, il comun deno­mi­na­tore che li univa era esi­lis­simo, ridotto all’osso. L’unico volan­tino che mostra­vano diceva «Siamo ITALIANI», a carat­teri cubi­tali, «Fer­miamo l’ITALIA». E l’unica frase che ripe­te­vano era: «Non ce la fac­ciamo più». Ecco, se un dato socio­lo­gico comu­ni­ca­vano era que­sto: erano quelli che non ce la fanno più. Ete­ro­ge­nei in tutto, folla soli­ta­ria per costi­tu­zione mate­riale, ma acco­mu­nati da quell’unico, ter­mi­nale stato di emer­genza. E da una visce­rale, pro­fonda, costi­tu­tiva, antro­po­lo­gica estraneità/ostilità alla poli­tica.
    Non erano una scheg­gia di mondo poli­tico viru­len­tiz­zata. Erano un pezzo di società disgre­gata. E sarebbe un errore imper­do­na­bile liqui­dare tutto que­sto come pro­dotto di una destra gol­pi­sta o di un popu­li­smo radi­cale. C’erano, tra loro quelli di Forza nuova, certo che c’erano. Come c’erano gli ultras di entrambe le squa­dre. E i cul­tori della vio­lenza per voca­zione, o per fru­stra­zione per­so­nale o sociale. C’era di tutto, per­ché quando un con­te­ni­tore sociale si rompe e lascia fuo­riu­scire il pro­prio liquido infiam­ma­bile, gli incen­diari vanno a nozze. Ma non è quella la cifra che spiega il feno­meno. Non s’innesca così una mobi­li­ta­zione tanto ampia, diver­si­fi­cata, mul­ti­forme come quella che si è vista Torino. La domanda vera è chie­dersi per­ché pro­prio qui si è mate­ria­liz­zato que­sto “popolo” fino a ieri invi­si­bile. E una pro­te­sta altrove pun­ti­forme e selet­tiva ha assunto carat­tere di massa…

    Per­ché Torino è stata la “capi­tale dei for­coni”? Intanto per­ché qui già esi­steva un nucleo coeso – gli ambu­lanti di Parta Palazzo, i cosid­detti “mer­ca­tali”, in agi­ta­zione da tempo – che ha fun­zio­nato come prin­ci­pio orga­niz­za­tivo e deto­na­tore della pro­te­sta, in grado di rami­fi­carla e pro­muo­verla capil­lar­mente. Ma soprat­tutto per­ché Torino è la città più impo­ve­rita del Nord. Quella in cui la discon­ti­nuità pro­dotta dalla crisi è stata più vio­lenta. Par­lano le cifre.

    Con i suoi quasi 4000 prov­ve­di­menti ese­cu­tivi nel 2012 (circa il 30% in più rispetto all’anno pre­ce­dente, uno ogni 360 abi­tanti come cer­ti­fica il Mini­stero), Torino è stata defi­nita la “capi­tale degli sfratti”. Per la mag­gior parte dovuti a “moro­sità incol­pe­vole”, il caso cioè che si veri­fica «quando, in seguito alla per­dita del lavoro o alla chiu­sura di un’attività, l’inquilino non può più per­met­tersi di pagare l’affitto». E altri 1000 si pre­an­nun­ciano, come ha denun­ciato il vescovo Nosi­glia, per gli inqui­lini delle case popo­lari che hanno rice­vuto l’intimazione a pagare almeno i 40 euro men­sili impo­sti da una recente legge regio­nale anche a chi è clas­si­fi­cato “incol­pe­vole” e che non se lo pos­sono per­met­tere.
    “Maglia nera” anche per le atti­vità com­mer­ciali: nei primi due mesi dell’anno hanno chiuso 306 negozi (il 2% degli esi­stenti, 15 al giorno) in città, e 626 in pro­vin­cia (di cui 344 tra bar e risto­ranti). E’ l’ultima sta­ti­stica dispo­ni­bile, ma si può pre­sup­porre che nei mesi suc­ces­sivi il ritmo non sia ral­len­tato. Altri quasi 1500 erano “morti” l’anno prima. Men­tre per le pic­cole imprese (la cui morìa ha mar­ciato nel 2012 al ritmo di 1000 chiu­sure al giorno in Ita­lia) Torino si con­tende con il Nord-est (altra area calda della rivolta dei “for­coni”) la testa della clas­si­fica, con le sue 16.000 imprese scom­parse nell’anno, cre­sciute ancora nel primo bime­stre del 2013 del 6% rispetto al periodo equi­va­lente dell’anno prima e del 38% rispetto al 2011 quando furono por­tate al pre­fetto di Torino, come dono di natale, le 5.251 chiavi delle imprese arti­giane chiuse nella provincia.

    E’, letta attra­verso la mappa dei grandi cicli socio-produttivi suc­ce­du­tisi nella tran­si­zione all’oltre-novecento, tutta intera la com­po­si­zione sociale che la vec­chia metro­poli di pro­du­zione for­di­sta aveva gene­rato nel suo pas­sag­gio al post-fordismo, con l’estroflessione della grande fab­brica cen­tra­liz­zata e mec­ca­niz­zata nel ter­ri­to­rio, la dis­se­mi­na­zione nelle filiere corte della sub­for­ni­tura mono­cul­tu­rale, la mol­ti­pli­ca­zione delle ditte indi­vi­duali messe al lavoro in ciò che restava del grande ciclo pro­dut­tivo auto­mo­bi­li­stico, le con­su­lenze ester­na­liz­zate, il pic­colo com­mer­cio come sur­ro­gato del wel­fare, insieme ai pre­pen­sio­na­menti, ai co​.co​.pro, ai lavori a som­mi­ni­stra­zione e inte­ri­nali di fascia bassa (non i “cogni­tari” della crea­tive class, ma mano­va­lanza a basso costo… Com­po­si­zione fra­gile, che era soprav­vis­suta in sospen­sione den­tro la “bolla” del cre­dito facile, delle carterevol­ving, del fido ban­ca­rio tol­le­rante, del con­sumo coatto. E andata giù nel momento in cui la stretta finan­zia­ria ha allun­gato le mani sul collo dei mar­gi­nali, e poi sem­pre più forte, e sem­pre più in alto.
    Non è bella a vedere, que­sta seconda società riaf­fio­rata alla super­fi­cie all’insegna di un sim­bolo tre­men­da­mente obso­leto, pre-moderno, da feu­da­lità rurale e dajacque­rie come il “for­cone”, e insieme por­ta­trice di una iper­mo­der­nità implosa. Di un ten­ta­tivo di una tran­si­zione fal­lita. Ma è vera. Più vera dei riti vacui ripro­po­sti in alto, nei gazebo delle pri­ma­rie (che pure dice­vano, in altro modo, con bon ton, anch’essi che “non se ne può più”) o nei talk show tele­vi­sivi. E’ sporca, brutta e cat­tiva. Anzi, incat­ti­vita. Piena di ran­core, di rab­bia e per­sino di odio. E d’altra parte la povertà non è mai serena.

    Niente a che vedere con la “bella società” (e la “bella sog­get­ti­vità”) del ciclo indu­striale, con il lin­guag­gio del con­flitto rude ma pulito. Qui la poli­tica è ban­dita dall’ordine del discorso. Troppo pro­fondo è stato l’abisso sca­vato in que­sti anni tra rap­pre­sen­tanti e rap­pre­sen­tati. Tra lin­guag­gio che si parla in alto e il ver­na­colo con cui si comu­nica in basso. Troppo vol­gare è stato l’esodo della sini­stra, di tutte le sini­stre, dai luo­ghi della vita. E forse, come nella Ger­ma­nia dei primi anni Trenta, saranno solo i lin­guaggi gut­tu­rali di nuovi bar­bari a incon­trare l’ascolto di que­sta nuova plebe. Ma sarebbe una scia­gura – peg­gio, un delitto – rega­lare ai cen­tu­rioni delle destre sociali il mono­po­lio della comu­ni­ca­zione con que­sto mondo e la pos­si­bi­lità di quo­tarne i (cat­tivi) sen­ti­menti alla pro­pria borsa. Un enne­simo errore. Forse l’ultimo.

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  • Il baratro

    Quello che ancora ci salva, spiega Gustavo Zagrebelscky, è il principio di continuità dello Stato. Lo Stato è un ente necessario. L’imperativo fondamentale è la sua sopravvivenza, che è la condizione per non cadere nell’anomia e nel caos, nella guerra di tutti contro tutti. Perfino nei cambi di regime,aggiunge Zagrebelsky, c’è continuità, ad esempio dal fascismo alla Repubblica, o dallo zarismo al comunismo”. E aggiunge: “Il fatto stesso di essere costretti a ricordare questo estremo principio significa che siamo ormai sull’orlo del baratro.”

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  • Qualcosa in comune

    Ho scoperto di avere qualcosa di serio in comune con Gianni Cuperlo, oltre a quella parola “sinistra” diventata ormai così vaga da non significare più nulla. Anche il candidato “bello e dmocratico” del Pd ama Joe R. Lansdale, scrittore texano di noir e thriller e di molto altro, un autore geniale e spiazzante, con i suoi detective fuori dai ranghi Hap e Leonard e i suoi guizzi di scrittura poetici e irriverenti. Io lo amo molto (Lansdale) e altrettanto sembra che lo ami Cuperlo. E’ già qualcosa? Qualcosa è, sicuramente, ed è meno vago di quel vaghissimo alludere alla sinistra che Cuperlo ha messo al centro della sua candidatura, continuando tuttavia strenuamente a difendere l’esistenza, l’operato, la prospettiva del governo Letta.

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  • Scrivo per Celeste Costantino

    Scrivo a sostegno di Celeste Costantino, deputata di Sinistra Ecologia e Libertà, una giovane donna che ha portato in Parlamento esperienze politiche, punti di vista, idee e passione civile che ne fanno una ricchezza per la rappresentanza politica della Repubblica e non solo una preziosa dote per Sel.

    La sua attività è agli atti della Camera, le sue battaglie, su punti di civiltà dell’agenda politica e parlamentare del notro Paese, sono noti.

    Il Movimento Cinque Stelle ha deciso di stilare la lista di proscrizione, per mettere al bando, come abusivi, i parlamentari arrivati alla rappresentanza grazie al premio di maggioranza del Porcellum. Fino a pochi giorni prima della sentenza i medesimi cinquestellati chiedevano, in Parlamento e fuori, di tornare alle urne. Col Porcello, evidentemente. Per riempire la rappresentanza di uno stuolo di abusivi? No, evidentemente, non pensavano questo di loro stessi, i cinquestellati. Loro sono una razza a parte: pensano di prendere il potere e se lo prendono loro, in presa diretta col popolo dei cittadini, tutto è regolare e legittimo, perché loro si sentono autorizzati dall’unica fonte per loro legittimante, quei particolari cittadini legati alla rete di Grillo, e non c’è nulla di abusivo, tutto è legittimo. Se si conosce la storia, gli esempi di questa torsione della rappresentanza sono emblematici. E’ la cultura dei cinquestellati, almeno della parte che più si assume la parte del “metterci la faccia”, oltre a Grillo, che ha utilizzato e stravolto diabolicamente istanze sacrosante di arricchimento della democrazia, fortemente sentite dalla nostra società. Arricchimenti decisivi che si sono manifestati attraverso la partecipazione, il controllo democratico dal basso, la richiesta di implementazione dei referendu. Questi ingredienti positivi sono stati mescolati in un mix di violentismo ideologico, di cui Grillo è maestro, e nutriti dei veleni distillati della demogogia populista e forcaiola che la politica in crisi, il farisaismo dei Palazzi e Palazzetti, la liquefazione di un’intera classe dirigente non hanno saputo combattere e contrastare.  E alimentato.

    Respingere la campagna dei Cinque Stelle non sarà facile: lo stato di eccezione in cui loro sguazzano e si rispecchiano, non l’hanno creato loro, loro sono soltanto i vampiri che piombano sulla preda perché “questo è il momento”. Faccio politica da troppo tempo per poter ignorare che queste sono le regole di una politica intrinsecamente violenta, che è sempre stata dei maschi e che la democrazia ha in parte, e fino a un certo punto, addomesticato e ingentilito. Ma ridiventa quello che è quando giunge il momento. E il loro momento faranno di tutto per scassare ciò che è già scassato. Ma non l’hanno scassato loro in primis. Lo stato d’eccezione non l’hanno creato loro, Grillo avrebbe continuato a essere un comico in pensione e i cittadini deputati cittadini come tutti noi, votando chi a destra, chi a sinistra chi chissà. Qualcuno diventando parlemntare per altre strade.Lo stato d’eccezione l’ha fatto crescere come una truppa d’assalto sostenuti non dalle improbabili promesse elettorali – tutto e il contrario di tutto – ma dall’odio contro la casta. E’ la politica che può rimediare, sono i partiti, le forze che si suppongono dmocratiche e responsabili che devono trovare e dare risposta.
    Con Celeste abbiamo raccolto nel 2011 le firme per il referendum contro il Porcellum, ( che chissà per quale motivo La Consulta ha respinto), abbiamo lavorato col comitato a metterle in ordine, controllare che tutto fosse a posto, portarle in Cassazione. Come Sel abbiamo sempre criticato il Porcellum, ribadito le nostre posizioni fin dall’inizio di questa drammatica legislatura. E abbiamo rifiutato di appoggiare le Larghe Intese perché sapevamo che erano il frutto di uno stato di eccezione che avrebbe avvelenato ancora d più i pozzi non solo della politica ma della convivenza civile.
    Celeste è deputata della Repubblica non per le barocche costruzioni interpretative in cui la Consulta si sta esercitando per salvare quello che conviene salvare, nello stato d’eccezione in cui viviamo. Ma perché c’è stata una votazione democratica del popolo sovrano e secondo una legge vigente – vigente – i cittadini e le cittadine hanno fatto le loro scelte. Cittadini e cittadine alla stessa stregua di quelli che, con la stessa legge, hanno portato in Parlamento i Cinque Stelle. Non c’era nessun ostacolo giuridico al voto. La Consulta non aveva sentenziato. C’erano pareri, opinioni, mal di pancia. Ostilità al Porcellum? Enorme ma ciò non ha impedito che un numero di donne e di uomini, col loro certificato elettorale in mano e in quantità ssolutamente all’altezza, abbia fatto la scelta del voto e non dell’abbandono del voto e non della denuncia di elezioni con quella legge. Brutta ma vigente. Sovranità del popolo: un aspetto che mi aspetto la Consulta chiarisca quando con i suoi argomenti barocchi sostiene la legittimità del Parlamento.
    Un abbraccio Celeste.

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  • Un cittadino come tutti

    Mi piacerebbe che in Italia la vicenda di Silvio Berlusconi, condannato in via definitiva per frode fiscale, si fosse conclusa con modalità del tutto diverse e con tempi del tutto diversi. Come successe, per esempio, in Germania quando, tra il 1999 e il 2000, lo scandalo dei fondi neri che aveva coinvolto l’ex Cancelliere Helmut Kohl – 16 anni di cancellierato e 25 di presidenza della Cdu – giunse all’epilogo in modo rapido e finanche ruvido, senza tante storie. E tutto avvenne, in primis, per decisione della stessa Cdu che, tramite la sua allora segretaria Angela Merkel, chiese che venisse fatta chiarezza sui fatti in tempi veloci e senza nulla omettere. 

    Ma l’Italia non è la Germania e il partito di Berlusconi non ha nulla a che vedere con il partito di Angela Merkel.  E poi la logica politico-istuzionale di quel Paese è diversa da quella imperante nel nostro: sempre ambigua, sfuggente, pretesca. Da tutte le parti, beninteso: dalla destra alla sinistra, passando per il centro.

    Per questo siamo dove siamo e ci tocca assistere all’osceno rito di guerra chiamato esposizione del corpo del nemico. Ovviamente in via virtuale, ma di quel rito si tratta, questo è il significato simbolico impresso nel mantra “è un cittadino come tutti, come tutti è soggetto alla legge”, e nell’ossessione del restarne attaccati come a una formula sacra.  Lo hanno ripetuto, in ogni scadenza decisiva, in ogni momento di tensione, in ogni banale discussione di talk show. Tutti gli esponenti del Pd, donne e uomini, dirigenti di antico corso e new entry alle prime armi, con gli occhi un po’ imbambolati, fissi sulle telecamere e la noiosa cantilena di quel discorsetto imparato a memoria, ripetuto fino al sonno della ragionevolezza. Un format fisso, schematico, senza concessioni dialettiche né all’argomentazione politica né tantomeno alla riflessione critica. Mai un guizzo che facesse trapelare il senso delle cose, la preoccupazione di voler parlare anche a quel pezzo di Italia che si è perso dietro il carisma dell’uomo di Arcore ma magari ha anche risorse intellettuali per fare scelte in proprio su una questione di questa natura. Sul valore delle regole che dovrebbero tenere insieme un Paese e qui lo dividono, come in una latenza di guerra civile permanente. Perché i berlusconiani sono quello che sono ma anche gli antiberlusconiani sono quello che sono. Altrimenti non saremmo dove siamo.

    Il mantra del cittadino uguale agli altri. Una specie di “Dio lo vuole”, la sentenza inappellabile da tributare al proprio popolo che chiede il sacrificio del capo nemico, visto che la sinistra, o come si chiamerà, non è stata di in grado di sconfiggerlo secondo le regole, i tempi, le logiche della politica e allora ila decadenza senatoriale, che si affianca e sovrappone all’altra – quella decisiva e ineluttabile per la sorte del Cavaliere – e confonde un po’ le acque, perché nell’enfasi della ripetizione del mantra, la politica sembra volere porre il proprio imprimatur sulla sentenza dei giudici, col rischio di annacquarne la limpidezza.

    Che gli atti del Senato e i media registrino, per oggi e l’eternità quel voto di decadenza, e ne sia chiara la volontà politica di chi l’ha reso ineluttabile. Così si purificherà di fronte all’elettorato – ex popolo sovrano – quel composito schieramento di centrosinistra che fino ad oggi poco o nulla ha fatto per contrastare adeguatamente Berlusconi, anzi l’ha più sdoganato, tollerato, occhieggiato, fino ad accettarne, fingendo di crederla mossa politica gratuita, l’offerta avvelenata larghe intese.

    Il rito dell’esposizione del nemico assume i contorni di un osceno rito di espiazione. Osceno nel senso etimologico, di qualcosa fuori scena, che si tiene celato, di cui non si vuole parlare, e dunque nello slittamento semantico di vergognoso. Berlusconi ha dominato la scena pubblica per  vent’anni, quelli che abbiamo vissuto fino ad oggi, guastando le regole, avvelenando i pozzi della politica, sovvertendo i principi basilari della Repubblica.

    E’ un cittadino come gli altri? Ci mancherebbe. La magistratura infatti l’ha condannato in via definitiva, come può succedere a un qualunque cittadino di questo Paese.

    Ma il mantra del “cittadino qualunque”, in questa vicenda, non ha avuto nulla a che vedere  con il principio di legalità a cui si è ostinatamente richiamato E’ stato il dispositivo di decostruzione e spoliazione  del nemico dei suoi paramenti di ex uomo di primo piano dello Stato (ci piaccia o meno, a me per niente, ma questo Berlusconi è stato)  e ha rappresentato il velame ideologico per nascondere il contesto che ha reso possibili vent’anni di berlusconismo soprattutto grazie alle responsabilità e inadeguatezze del centrosinistra.

    Bastava dire: il Senato faccia quello che deve fare, secondo regole, regolamenti (quelli che c’erano e che sono stati invece ad hoc cambiati in corso d’opera), consapevolezza e  coscienza. La politica finalmente si occupi d’altro.

     

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  • I pozzi avvelenati della crisi

    Larghe intese: hanno aperto la strada all’accentuazione del caos politico-istituzionale in cui ci troviamo da tempo. E hanno perso per strada pressoché tutte le ragioni giustificative della propria esistenza, sbandierate all’inizio dal premier Letta e raccomandate come obiettivo salvifico dal Presidente della Repubblica. Si sono riprodotte in misura ridotta – dopo la decadenza di Berlusconi e la scissione del centrodestra – all’insegna della più assoluta autonomia politica e libertà d’azione della maggioranza al governo, ignorando il sentimento popolare e la disaffezione elettorale. Hanno promesso miracolose riforme costituzionali, tentando l’indecorosa strada della deroga all’articolo 138, e hanno prodotto l’avvilente spettacolo dell’IMU mentre nel Paese la questione non soltanto sociale e del lavoro ma della povertà ormai endemica si allargava a dismisura. E non hanno dato risposta all’imperativo politico-morale numero uno che ne aveva giustificato la nascita: la messa in sicurezza del Paese, con una legge che eliminasse il Porcellum e garantisse la possibilità di ritornare immediatamente alle elezioni. Questo se le Larghe intese non avessero retto agli impegni che il Presidente Napolitano aveva loro attribuito, arrivando a fustigare il Parlamento con rimproveri roventi di cui nessuno si ricorda più. Italica, deteriore cultura di radice cattolica: contrizione mea culpa e poi peggio di prima. Speriamo che Bergoglio aiuti il nostro Paese a levarsela da dosso. La sentenza della Consulta mette in evidenza che le ragioni della barocca costruzione acostituzionale ed extra costituzionale dell’inizio – riconferma della Presidenza Napolitano dopo il primo settennato e ruolo di Lord Protettore del medesimo rispetto al governo – hanno prodotto un altro monstrum politico-istituzionale. Tale monstrum sta proprio nella decisione della Consulta non solo di esprimere un giudizio, magari il più radicale possibile, sul Porcellum ma di emettere una sentenza che rischia – staremo a vedere nel testo scritto – addirittura il disegno di una nuova legge elettorale. Essa, da quel che si capisce, sarà in netta contrapposizione a tutto quello su cui nei vent’anni passati la politica ha sproloquiato: maggioritario, indicazione del premier e compagnia cantando. Consulta con poteri legislativi, legge elettorale, con tutta la complessità tecnica oltre che politica che una tale legge comporta, scritta in una sentenza? Siamo alla frutta. Sta qui un aspetto della (vogliamo dire potenziale?)delegittimazione politica del Parlamento, esautorato di una competenza fondativa del suo potere: quella di costruire se stesso. Si conferma lo Stato d’eccezione in cui si avvita il sistema politico italiano e si sbriciolano i dispostivi dell’ordinamento democratico. La Consulta, per rispondere ai veleni prodotti nell’opinione pubblica dal Porcellum, sentenzia a partire da una preoccupazione tutta politica, fuori dalla prassi costituzionale – irrituale la risposta a un cittadino – e interviene direttamente sul prodotto legislativo che produce il soggetto legiferante. La salvezza del governo Letta verrà oggi invocata di nuovo come la via della salvezza e il mantra delle riforme, grandi e piccole, verrà sbandierato di nuovo come la risposta all’emergenza. Dall’emergenza all’emergenza attraverso l’emergenza. Facendo finta di ignorare che la fine delle larghe intese e la sentnza della Consulta rendono impossibile al Parlamento modificare alcunché della Costituzione. Le risse in Palamento rispecchiano il caos del Paese. Non sono un problema di carenza di estetica istituzionale o di buone maniere: indicano una crisi emergenziale della rappresentanza e del sistema della rappresentanza, tale che sfonda i muri dei luoghi della rappresentanza e si rappresenta al centro della scena pubblica, amplificata a dismisura dal circo mediatico che se ne alimenta oscenamente. Ciò che bisogna ritrovare è solo la strada della politica. Banale ma decisivo. Della responsabilità politica. Significa, come primo passo, decisivo passo, l’impegno per una nuova legge elettorale, nello spazio temporale che la Consulta ha messo a disposizione. E significa la chiarezza che l’avere accettato che si arrivasse al punto in cui siamo è acqua avvelenata che la politica ha versato su un Paese in acuta sofferenza. E continuerà a versare se non si arriva al punto, il prima possibile, di restituire la parola all’elettorato.

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  • Lo spazio della politica

    La politica, la possibilità di fare politica, vive su un doppio livello: da una parte l’affermazione di un punto fermo (insieme di punti fermi) a cui fare riferimento, in senso positivo o negativo, pro o contro; dall’altra la l’impossibilità che quel punto (insieme di punti) sia definitivo, abbia valore per sempre. Impossibilità del “fermo-storia”, se non si vuole che la politica deperisca definitivamente. Il “punto fermo” è sempre soggetto, come la storia ci insegna, alla contingenza storica, al mutare della vicenda umana, allo scarto degli sguardi sul mondo. Chi guarda le cose, le interpreta a partire da sé e spiazza ciò che è assodato per l’altro. In altre parole il “punto fermo” è sempre soggetto alla libertà dei soggetti che diventano protagonisti della politica. La libertà è infatti lo spazio della politica. La politica, come ebbe a dire Hannah Arendt, coincide con la libertà. Oggi tuttavia gli unici punti fermi dominanti sembrano essere quelli dettati dal moloch del mercato finanziario, dalle banche, dall’invisibile rete della governance globale, fondati tutti sulla presunta “naturalità” del mercato e sulla presunta “scientificità” della teoria liberista, pervasiva come poche altre. Sono i punti fermi che affannano l’Europa, presentati come ineluttabili e duraturi, non caduca teoria di essere umani ma tavole della verità scolpite da qualche divinità.
    Non c’è più politica se non subentra oggi come protagonista e misura delle cose la contingenza storica della crudele crisi sociale che viviamo, e ne scaturisca l’azione di soggetti che, sottraendosi all’immutabile scnario neoliberista, mutino il quadro di riferimento che ha sede a Bruxelles, scombinino la semantica europea, riaprano lo spazio della politica. Quando se non ora, in vista delle elezioni europee di maggio?

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  • Afghanistan: 2014 la svolta

    La svolta – nel dibattito di chi si occupa della vicenda afgana – è rappresentata dal ritiro delle truppe straniere dopo il 2014 e dalla fase di transizione, molto incerta e accidentata, che si apre. I prossimi dieci anni, dicono gli analisti, saranno quelli che cambieranno le cose. C’è da dubitarne. Per lo meno chiedersi in che senso. Il Paese, dopo dodici anni di violenze belliche di ogni tipo, bombardamenti della Nato, insorgenze locali e strategie terroriste della galassia fondamentalista, mostra il volto di un territorio segnato da gigantesche contraddizioni e latenze conflittuali in moltiplicazione. Corruzione endemica, povertà estrema per più della metà della popolazione, disordine istituzionale, scontro dei poteri, diritti al lumicino. Si parla anche di reintroduzione, su proposta del ministero della giustizia, della lapidazione per l’adulterio compiuto da persone sposate. Forse si tratta di un ballon d’essai, per vedere l’effetto che fa, ma certo il “boato” non è rassicurante.

    Ci sono stati in questa settimana grandi contrasti a Kabul per la firma dell’Accordo bilaterale di sicurezza (Bsa) con Washington: tra Karzai e la consigliera per la Sicurezza di Obama, Susan Rice, che ha insistito per una firma immediata, e tra il presidente Karzai, che vuole procrastinare la firma a dopo le elezioni presidenziali di aprile, e la Loya Jirga, il grande consiglio consultivo afgano, che invece, dopo aver espresso parere positivo sull’accordo, vuole che la firma venga apposta entro quest’anno. Sullo sfondo campeggia la scadenza elettorale, con i suoi complessi problemi di transizione al dopo 2014, con gli strascichi politici, le contestazioni, i sospetti che sono rimasti per le precedenti elezioni e che hanno gettato una luce sfavorevole Karzai. Il quale nutre grandi e, con due mandati alle spalle e quindi nell’impossibilità di ricandidarsi, è probabilmente alla ricerca di un ubi consistam all’altezza delle sue aspirazioni. I suoi fedelissimi sperano che in qualche modo la regola costituzionale possa essere tempestivamente modificata. Lui stesso lo spera ma i suoi avversari, tutti potenti signori locali, a cominciare dall’avversario storico Abdullah Abdullah, affilano le armi della contesa.
    È cominciato a metà del 2012 ed è durato tutto il 2013 il confronto tra il governo di Kabul e Washington per raggiungere un accordo che definisca il ruolo degli Stati Uniti in Afghanistan dopo il 2014, quando il grosso delle truppe americane sarà ritirato. Questo è il nodo di tutta la faccenda, la misura della “svolta”. Questo a tredici anni dell’inizio di Enduring Freedom, la guerra contro i Taleban messa in atto dal George W. Bush per stroncare – questo il mantra di allora – il terrorismo internazionale, poi a mo’ di virus diffusosi come non mai – e – secondo mantra – per dare libertà alle donne. Che sono spesso coraggiose e determinate, impegnate nello studio, nelle professioni, in politica, come le cronache ci raccontano. Una parte vitalissima della società afgana ma ancora prigioniere di feroci dispositivi patriarcali, della crudela misoginia maschile che imperversa.. Un grandissimo problema del problema più generale: la misura dei problemi di fondo che quel Paese ha di fronte.
    L’aspetto più importante e decisivo dell’accordo riguarda la permanenza delle truppe statunitensi nel Paese e le finalità di questa permanenza. Si tratta di una posta in gioco strategica per gli Usa, che va ben oltre gli impegni di protezione del territorio e di addestramento delle forze di sicurezza afgane. L’accordo bilaterale infatti deve garantire in primo luogo agli Stati Uniti il diritto di conservare e ampliare alcune importanti basi militari dislocate in punti strategici. Si tratta di basi di cui spesso hanno parlato le cronache di guerra degli anni passati: la base Bagram a est, Shindand a ovest, Kandahar nel sud. Ma ce ne sono anche altre di nuova costruzione. Sono strutture strategiche che poco o nulla hanno a che fare con i problemi di sicurezza del Paese, non essendo luoghi in cui s’addestrano truppe locali o si studiano tattiche per combattere i Talebani. Sono basi logistiche dove una parte dei reparti americani che rimarranno – si calcolano, dopo il ritiro del 2014, 10-12.000 unità – avranno compiti a fisionomia variabile e non ufficialmente definiti, col compito di possibili operazioni offensive condotte con caccia e droni senza aviatore. Per controllare l’immenso territorio dell’Asia centrale, per tenere sotto sorveglianza stretta l’Iran. Il disgelo nucleare è un passo importante ma non certo definitivo per la sicurezza che gli Stati Uniti vorrebbero garantirsi su quel fronte.
    Per questo motivo – per l’evidenza che quelle che arriveranno nelle basi saranno truppe di guerra – nell’accordo è prevista l’immunità per i militari americani. Uno statuto di privilegio militare da Paese dominante, tollerata negli anni della guerra che ha favorito “effetti collaterali” spesso terribili per le popolazioni civili, rimasti impuniti. Oggi, in cui ufficialmente si entra in una fase diversa, l’immunità desta preoccupazione e fastidio in diversi ambienti afgani. Qui sta uno dei motivi delle resistenze di Karzai che ne teme gli effetti negativi sull’opinione pubblica in vista delle elezioni. Pessimo uomo di governo, Karzai si sta giocando una partita importante, forse puntando anche in direzione di futuri accordi asiatici, di un’autonomia politica da Washington. “Io non amo gli americani e gli americani non mi amano”, ha dichiarato di fronte alla Loya Jirga. Che gli Stati Uniti non lo amino, fin dalle elezioni del 2009, è noto, disastrose per la debolezza del sistema istituzionale che misero in evidenza. Non a caso oggi è opinione diffusa tra gli osservatori che, in vista delle elezioni presidenziali e di quelle provinciali del 2014, sarebbero state necessarie una riforma del sistema elettorale e modifiche costituzionali.
    Karzai oggi non può però più di tanto tirare la corda. Deve infatti fare i conti con i Paesi donatori che nel vertice di Chicago di due anni fa si sono impegnati a sbloccare i fondi destinati alla nuova fase dell’Afghanistan solo a patto che venisse sottoscritto l’accordo bilaterale sulla sicurezza. E sono fondi senza i quali il Paese, già disastrato sprofonderebbe nel caos più totale.
    Insomma l’Afghanistan continua a giocare un ruolo fondamentale nel complesso tentativo in atto da parte degli Stati Uniti di ridisegnare le sue coordinate politico-strategiche verso l’Asia. Che cosa dice l’Europa non è chiaro, anche se molti Paesi del’Ue hanno svolto un ruolo decisivo nella missione Isaf/Nato. Non parliamo dell’Italia, con un dibattito sulla materia al di sotto di qualsiasi decenza politica.
    L’unica incombenza dovrebbe essere, finalmente ritirate le truppe e capire in modo chiaro definito, circostanziato dare aiuto alla società afgana. Come aiutare davvero quel Paese, fuori dalle retoriche del nation building che fin qui hanno accompagnato le cronache militari e i briefing ufficiali della missione Isaf. Con i risultati che abbiamo visto e che le prossime elezioni presidenziali rimettono in piena luce.
    In realtà Enduring Freedom e l’incerta e perigliosa “svolta” del 2014 stanno strettamente insieme, sono le due facce della stessa vicenda. Una bruttissima vicenda di guerra.

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  • Scarpe rosse

    Non mi entusiasma affatto la notizia che a Quantico tre donne abbiano superato il durissimo test di combattimento finora riservato agli uomini e, rotto un secolare tabù,  a pieno titolo siano state ammesse al nucleo di combattimento in prima linea, il corpo militare più maschile e machista di cui si abbia conoscenza. Non sono entusiasta ma so che quelle tre donne ben incarnano, col loro essere donne in quel luogo , la contraddizione più radicale della contemporaneità: quella tra la libertà femminile, che tenta la scalata al mondo,  e la crisi maschile, che non sa stare più adeguatamente al mondo. Forza delle donne e  fragilità degli uomini dunque ma anche estrema contraddizione  tra la maschile fragilità, che spesso trova sfogo nella violenza contro la partner, l’amica, la vicina, e il carico di attese e illusioni di cui non di rado si traveste il femminile desiderio amoroso.

    E’ in questa contraddizione che si annida la violenza contro le donne, da essa trae alimento, diventando tratto connotativo dell’epoca che viviamo. Tratto connotativo, cambiamento antropologico, con il suo carico di angosce e paure. Che va affrontato, se si vuole affrontarlo, partendo da qui, in questa ottica, rompendo l’illusione che i reiterati provvedimenti penali possano davvero arginare la scia di sangue femminile di cui la cronaca si è all’improvviso riempita. Restando troppo spesso solo cronaca e pretesto di chiacchiera televisiva

    Il 25 novembre è giorno dedicato a questo lato doloroso dell’esistenza delle donne.

    Sembra che le donne siano un soggetto adatto  a diventare l’icona di questa o quella giornata. Sempre commemorativa di qualcosa che però, a pensarci un po’, fuori da ogni retorica politico-mediatica, è fin troppo facile interpretare come non proprio esaltante.

    L’otto marzo e le mimose, col loro carico di annunci primaverili e quella punta di baldanza emancipazionista dell’inizio, che poi però si perse, nell’affollamento di figurine femminile stereotipate da cui quella giornata fu inondata.  Restandone soffocata  per sempre, ovviamente.

    Oggi invece siamo al 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne. A rappresentarla per immagine, qui da noi, ci sono un’infinità di scarpe rosse abbandonate sul pavimento. Scarpe rosse delle donne che non possono più indossarle. Le vittime.

    Giornate commemorative tutt’e due:  l’una, l’otto marzo, di una debolezza  simbolica femminile che allora era predominante, ma segnata da tensioni positive; l’altra, il 25 novembre, di una rappresentazione vittimistica delle donne, che, al di là di ogni migliore intenzione,  oggi rischia di diventare paradigmatica e riportarci indietro.  La prima è sempre più una nostalgica nota del passato, la seconda invece un performativo messaggio del presente.

    Non so quanto questo modo di guardare alla violenza sulle donne – attribuendo  la massima potenza simbolica proprio all’archetipo della vittima – possa davvero favorire  passi avanti nella battaglia per contrastarla, scovarne e scavarne le ragioni, dare impulso a scarti positivi del modo di pensare, vivere e rappresentare le relazioni tra i sessi. Soprattutto in luoghi come il nostro Paese, che oggi per altro sono sempre più diffusi nel mondo, segnati dalla libertà delle donne, dalla loro forza, dalla loro capacità di mettere ancora insieme le cose più diverse della vita, i vincoli e le contraddizioni dell’esistenza. E dal loro essere, proprio per tutto questo, lingua ostica e aliena per gli uomini, incarnando, nella loro differenza, il limite, ancora in larga misura impensato e inaspettato, che si frappone all’ancora illimitato desiderio di controllo e potere dell’uomo sulla donna. La lingua  straniera del femminile, che fa ingombro, pone ostacoli proprio essa, non subendone più, come avveniva in passato,  da un ordine dei padri che non c’è più, spiazza continuamente la scena. Quell’eteros radicale che essa incarna  e che, come ricorda Massimo Recalcati in una sua nota  su la Repubblica, “non può essere mai assimilata e estirpata del tutto”. Tenuta sotto controllo questo sì, storicamente, silenziata e addomesticata, come per lo più avvenne nelle lunghe stagioni del patriarcato – con luminose e improvvise eccezioni per altro, che hanno lasciato il segno.  Dovrebbero oggi costituire veri e propri snodi nello studio della vicenda umana, per l’affrancamento della storia delle donne dal peso negativo di  quell’ “a latere” e dello specifico che la continua a contrassegnare e caratterizzare, depotenziandone il significato. Lingua femminile incarnata, fino a ieri confinata nei luoghi separati della domesticità, punita in tutti i modi nei luoghi protetti del potere maschile e delle sue liturgie. E che oggi va nel mondo e vive negli spazi pubblici e privati, mettendo a prova – spesso dura perché così stanno le cose – l’identità maschile.

    Oggi molti uomini parlano. I giornali ospitano riflessioni, confessioni, proposte di uomini. Molti mettono la loro faccia in campagne di sensibilizzazione. Centri di ascolto per uomini che maltrattano cominciano a fare il paio con quelli per donne maltrattate. E non pochi hanno cominciato a frequentarli. Un problema degli uomini, abbiamo detto fin dall’inizio e non abbiamo smesso: non solo perché sono loro i soggetti maltrattanti , spesso fino al femminicidio, ma perché la violenza sulle donne parla della loro crisi, mette in scena i retroscena dell’infinito disordine post patriarcale, le pochezze, le fragilità, le inadeguatezze sempre più evidenti dello stare al mondo degli uomini, del saper fare i conti con la loro identità traballante quando no implosa.

    Questa spinta  di uomini a prendere parola è forse la cosa più positiva della giornata odierna. Contiene le tracce di nuovi possibili percorsi dello stare insieme, del ripensare e praticare le cose.

    Ma poiché è soprattutto la forza delle donne che sta a monte di tutto, bisognerebbe partire da là per cambiare le cose. Le donne dovrebbero pretenderlo. Uscire con forza dal ricorrente stereotipo che ne predilige l’identità di vittime.

    Una giornata dedicata a donne di pensiero, azione, cura, amore, bellezza, e tutto il resto, dove le scarpe rosse fossero simbolo di quell’andare incessante che è loro tratto umano più forte, che  così fortemente ha inciso nelle cose.

    Forse servirebbe di più. Se proprio servono le giornate commemorative

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