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  • Featured Image Sessismo in gioco

    Bisogna, ovviamente, trovare modi e strade per costruire cultura alternativa, per contrastare, sanzionare ogni forma di sessismo, tutto quello che può essere pensato  e messo in atto per cambiare nel profondo, e, se volete, anche in superficie,  le cose. Il sessismo colpisce perfidamente le donne che vuole colpire e lo fa spesso come un arma letale. Per questo la solidarietà alla presidente Boldrini non può essere Né formale né rituale.  Ma di sessismo  occorre soprattutto parlarne fuori dai facili schemi dello scontato, dell’im/pertinente, del conveniente.  Forse può servire di più.

    Nel sistema patriarcale il sessismo era parte fondante dei dispositivi sociali e simbolici di controllo e subordinazione delle donne alla legge del padre. Oggi, oltre a essere ancora manifestazione di quell’’ancestrale, inestinguibile  misoginia maschile, è anche testimonianza della crisi dell’autorità maschile e del disordine che ne consegue, dei mutati rapporti tra i sessi e delle nuove contraddizioni che la fase post patriarcale determina. E dunque anche delle difficoltà che le donne incontrano nello stabilire nuovi modi di pensare i rapporti con l’altro sesso, nuove tattiche per non cadere, come succede invece sempre più spesso, nella trappola di diffuse forme di neo-vittimismo che gli uomini – quelli che dichiarano di stare dalla loro parte – coltivano per tanti motivi, talvolta nobilissimi e autentici, talaltra funzionali a ristabilire una centralità maschile negli scivolosi contesti dell’oggi. Anziché spiazzare, decostruire criticamente le trame avvolgenti della lamentosa semantica pubblica ispirata allo sdegno contro le turpitudini maschili di ogni tipo e, vedi un po’, tutta tesa alla costruzione della coppia del maschio sessista da esecrare e della femmina offesa da tutelare, coppia archetipo naturalizzata e sottratta alla complessità della vita reale, le stesse donne diventano il soggetto determinante nella costruzione delle varie tipologie della donna vittima e nella codificazione del binomio sessuato vittima/colpevole.

    La straordinaria stagione del cambiamento, prodotto nella società dal femminismo e dalle lotte di moltitudini femminili alla ricerca di se stesse, rischia di subire la solita diabolica torsione di cui spesso la storia è maestra: di venire cioè trasformata in una rappresentazione e in una pratica sociale che non hanno più nulla a che vedere con l’inizio della vicenda chiamata libertà femminile, quando sul sessismo si fissò lo sguardo di un soggetto differente che ne svelò le ataviche ragioni antropologiche e rimise al loro posto gli ingredienti di quella storia, scombinando tutti i giochi del rapporto uomo donna, consacrati fino ad allora come “naturali”. Le varie forme in cui si declina oggi la tipologia della donna vittima sono invece conformi agli spostamenti regressivi in atto, un potente veicolo di conformismo,  dove la libertà femminile scivola via tra quote rosa, funzionalità –  magari brillante – ai nuovi capi, compiacimento ammiccante per il manto protettivo che tutti sono disposti a far cadere intorno alla donne.  A quelle importanti in primis, mica uno scherzo. E soprattutto tutto diventa funzionale ai modi in cui oggi si determinano le mappe dei nuovi poteri secondo una logica ancora una volta biopolitica di demarcazione e riconoscimento di campi avversi, dove Il ricorso alla condanna del sessismo assume un valore che va oltre il singolo caso, il singolo colpevole, disegnando invece un orizzonte identitario positivo per chi condanna il sessismo  – tutti devono esprimere solidarietà, tutti devono usare il formulario dello sdegno e tutto il resto che sappiamo – e costruendo intorno alla donna vittima un campo di appartenenza che alla bisogna può contrapporsi a un campo avversario. “Non avete espresso solidarietà per le nostre donne!!!” “E voi allora, che cosa avete detto a sostegno della nostra?”  Il teatro degli inganni. Il sessismo così non è più un’attitudine, una tendenza che ricade sotto la personale responsabilità di chi se ne renda responsabile ma la caratteristica fusionale cucita addosso a interi gruppi. E’ già successo nella storia: l’attitudine a delinquere affibbiata alle fasce più disastrate della società.

    La spasmodica  rincorsa alla legge contro il femminicidio, l’estate scorsa, ha offerto molta materia di riflessione su questo modo distorto di affrontare il problema. Ma in forme e modalità particolarmente significative, le cose si ripetono nei campi più direttamente collegati al potere, in cui più visibili appaiono i segni del cambiamento dei rapporti tra i sessi, più spiazzante la caduta di autorità maschile, più urticante il protagonismo di figure femminili collocate in posizione apicale. La pancia di molti uomini è in subbuglio: anche loro hanno una pancia ricettiva, che lancia segnali. In situazioni dove, come in Italia, la crisi sociale è particolarmente crudele, quella politico-istituzionale dilagante e il rancore popolare contro i privilegi delle “caste” ormai al vetriolo, le donne ai vertici facilmente attizzano un rancore diffuso che la pervasività della rete facilmente porta in superficie, spesso con forza inaudita, trasformandole nel bersaglio dell’odio e del rancore da trivio che c’è sempre stato contro le donne – invidia maschile della potenza generatrice iscritta nel corpo femminile, dicemmo noi ai tempi. Tutto questo fa strettamente parte della contemporaneità e delle sue crisi che non sono uno scherzo. Ma rispondere con lo sdegno o le rampogne censorie, scoprendo ogni volta il sessismo come se fosse la prima volta produce solo ulteriori danni, avvelena i pozzi delle relazioni e ottenebra l’intelligenza sociale. Ci riconsegna allo stereotipo della debolezza femminile nel momento in cui si è giocata una carta come quella che abbiamo giocato. Uomini che insultano le donne e uomini che si ergono a loro difesa? Entrambe le tipologie comportano un rischio: la prima in modo evidente, l’altra in modo subdolo, proprio perché inibisce alle radici  la positiva valenza trasformatrice che i processi di autodeterminazione e libertà delle donne hanno impresso alle relazioni umane. E’ successo nei giorni di fuoco del decreto Imu/Bankitalia, e in forme emblematiche su entrambi i lati del fenomeno: la violenza sessista e la messa in scena vittimista.  Il furibondo scontro che si è scatenato dentro e fuori il Parlamento,  in seguito alla vicenda della ghigliottina fatta calare dalla presidente della Camera sull’ostruzionismo del M5S, ha trovato una variegata rappresentazione in performances sessiste senza quartiere, anche funzionali – e questo è un altro aspetto su cui la politica – almeno quella democraticamente orientata – dovrebbe riflettere – a depistare l’attenzione dai fatti alla furibonda conflittualità che i fatti hanno alimentato. Possiamo dire che sotto la copertura del sessismo così dilagante – o costruito come dilagante? –  in quelle ore si è giocata una doppia partita: da una parte il mantra grillino del golpe incombente dall’altra l’interesse della maggioranza a depistare l’attenzione dalle proprie malefatte? Diciamolo, perché le cose stanno anche così.

    Le performances sessiste sono diventate l’argomento principale e dominante, occupando lo spazio pubblico e il circo mediatico che di quello spazio funge da espansione e cassa di risonanza. Un velo pietoso è così facilmente calato sulle responsabilità del governo, le scelte della presidenza della Camera, la debolezza politica della maggioranza. Questo mente i penta stellati strillavano al golpe, molto più interessati a far mostra della loro vocazione antisistema che a far capire le buone ragioni della loro ostinata opposizione al voto finale sul decreto monstrum.

    Le cose possono essere, come spesso sono, molto diverse. Ma non di rado stanno insieme.

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  • Featured Image Ghigliottina per la Camera

    L’istituto della ghigliottina, in forma di stretto contingentamento dei tempi della discussione,  è previsto soltanto a Palazzo Madama, normato dagli art. 78 Comma 5 e art. 55 Comma 5 del regolamento del Senato. Non è invece previsto  in quello della Camera.

    Se non è previsto non è un atto di responsabilità ricorrervi ma un discutibile atto di arbitrio. Non a caso, non si è mai verificato il caso che un presidente della Camera  ne facesse uso. Il precedente sta soltanto in una azzardata dichiarazione di  Luciano Violante, nel periodo in cui fu presidente della Camera, cioè la XIII Legislatura. Violante allora si sentì in dovere di sentenziare, con quel piglio da re che ancora contraddistingue alcuni eredi del vecchio Pci, che, sia pure in assenza della ghigliottina, rientrava nella sua responsabilità assicurare la deliberazione della Camera sui decreti-legge, ricorrendo, se necessario, proprio a quello strumento estremo. La logica dell’ “Ipse dixit”, insomma. Ma se glielo chiedete, lui spiegherà che non c’è nulla che non sia a posto sul piano della legittimità politica. E sulla legittimità istituzionale? Bella domanda, senza risposta ovviamente, perché non prevista.

    La presidenza della Camera non ha nessun obbligo verso le esigenze, le priorità o i pasticci  del governo. Che per la prima volta la ghigliottina sia stata usata dalla presidente Boldrini mi ha messo in uno stato di grande disagio. E non perché Laura Boldini sia stata portata in Parlamento da Sinistra Ecologia Libertà. Anche per questo, forse, ma soprattutto  perché la sua scelta, sicuramente sofferta, ma non è questo il punto, conferma che all’onda della cultura politica ormai dominante, pervasa  dalla libido della governabilità a tutti i costi, plaudente  al decisionismo acostituzionale, piena di disprezzo verso le regole scritte e la fatica umana e storica, per arrivare ad averle scritte davvero, non c’è più difesa. Da parte di nessuno. Resa totale, attraverso le cui faglie esplode ovviamente la rabbia antisistema di chi, come il M5S, usa il richiamo alla Costituzione come una clava, l’aula come un ring, la parola pubblica dell’essere parlamentare come una fatwa. Ma va ricordato che i pentastellati, e anche Sel per altro, avevano comunque chiesto che il decreto monstrum Imu/Bankitalia fosse spezzato in due. Subito l’Imu e poi un nuovo iter per la questione relativa alla Banca d’Italia. Richiesta ragionevole, oltre che giusta, per una questione – Banca d’Italia – eminentemente nazionale, con propaggini europee, di cui il Parlamento sarebbe dovuto essere investito a pieno titolo e con i tempi necessari a un vero confronto. Ma i pentastellati scelgono sempre la messa in scena furiosa che  sempre nasconde le loro buone ragioni anche quando, come in questo caso, ci sono. Deriva politico-istituzionale che ha ormai molti coprotagonisti, mossi da un coacervo di interessi e pulsioni divaricanti, che poco hanno a che vedere con “l’interesse degli italiani”, come da tutte le parti si pontifica. O dei “cittadini”, come sbraitano i penta stellati, arrivando a mettere in atto inquietanti scene da guerriglia urbana. I luoghi non sono soltanto luoghi. Ma questo è una altro capitolo.
    A Luciano Violante il quale da presidente della Camera spiegava come non fosse “accettabile in nessun sistema politico democratico che sia una minoranza a deliberare e non una maggioranza” si sarebbe dovuto rispondere già allora – e oggi come non mai – che la forsennata escalation verso la decretazione d’urgenza tout azimut, arrivando a mettere insieme questioni che non hanno nessuna attinenza l’una con l’altra, costituisce una violazione di fondo della funzione parlamentare, così come essa è definita e tutelata dall’articolo 77 della Costituzione. Articolo chiaro, limpido, inequivocabile, che stabilisce l’eccezionalità della decretazione d’urgenza e ne ordina le procedure nel senso di salvaguardare il principio chiave che la funzione legislativa deve comunque restare nelle mani del Parlamento. Senza le garanzie dell’articolo 77, anzi nella rimozione completa di quell’articolo – basti seguire qualche talk show dove si discutono le cose sull’onda della cronaca politica dell’ultima ora e delle dichiarazioni di questo o quel leader, senza stare alla storia, senza richiami né connessioni – sarà certamente assicurato il diritto della maggioranza di portarsi a casa qualsiasi bottino a qualsiasi costo. Ma sempre più a scapito e contro i principi della democrazia rappresentativa. C’è una formula che fa rizzare i capelli anche in testa a chi non ce l’ha, tra quanti in queste tumultuose settimane si affannano a difendere  il principio della governabilità purchessia, senza regole, limiti, garanzie per chi non sia d’accordo, e sostenendo che invece non c’è nessun attentato alla democrazia. La formula è quella usata per la prima volta da Alexis de Tocqueville, preoccupato che i troppi mettessero sotto scacco definitivo le minoranze. Si chiama tirannia  della maggioranza e nel conflitto tra governabilità e rappresentanza costituisce il piedistallo che va costruendo la vittoria – vuota per altro  – della prima.

    Che la crisi della governabilità sia sempre più la conseguenza di una crisi senza fine della politica, delle sue storture e del suo degrado, della sua subalternità a poteri che sfuggono al suo controllo e alla sua decisionalità,  in primis quello economico-finanziario, della personalizzazione degli interessi e delle carriere e via discorrendo, è materia nota ma che viene trattata nel dibattito come un capitolo a parte rispetto all’assillo ideologico della governabilità. A cominciare dal capo dello Stato, a cui competerebbe il compito di avere cura dell’ordinamento costituzionale, spiegando, attraverso pertinenti azioni di moral suasion, come stanno insieme e si tengono le cose. Ma lasciamo perdere. Il Presidente della Repubblica è da tempo protagonista tutto politico, con pieno e decisivo ruolo e scarsa preoccupazione di impartire lezioni di Costituzione. Ruolo insomma più extra costituzionale che mai, il suo. Ma che esistano i  presupposti dell’impeachment fa soltanto ridere, se soltanto si hanno chiare due cose: da una parte la complessa natura  del ruolo e delle responsabilità del Presidente, secondo l’articolo 90, dall’altra la consapevolezza che il ruolo del Quirinale è quello che è perché la politica non vuole, non può, non è proprio in grado di fare alcunché di diverso da quello che Napolitano costruisce e suggerisce. Inoltre chi sentenzia del Parlamento come di una “scatoletta di tonno da aprire” dovrebbe riflettere seriamente sulla natura del proprio rapporto con la Costituzione e del proprio ruolo un po’ extra di rappresentanti, “cittadini” in simbiosi diretta con i cittadini della rete.

    Tagliola? No prego, ghigliottina. Mi è venuto il nervoso per questo balletto linguistico. Strumenti di strazio e di morte l’una e l’altra, la tagliola e la ghigliottina. Invocate, sbagliando la parola o precisandola,  ma con una sola idea:  portare a casa quello che il governo Letta ha messo nel carniere, e mandare a quel paese, una volta di più, la rappresentanza democratica. Spesso le parole anticipano, alludono, evocano. Lo strazio o la morte del sistema democratico, delle sue regole interne e della sua forza morale, di quello  spirito costituente che non dovrebbe mai estinguersi  nei poteri costituiti e della sua vocazione espansiva e inclusiva che la Costituzione disegna ma non può più garantire, perché non più incarnata in niente e nessuno, Bisognerebbe pensarci seriamente se si volesse cercare qualche risposta autentica alla crisi. Ma non succede. Ovviamente.

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  • Featured Image “Boia” o della banalità del linguaggio

    Che un deputato della Repubblica possa esprimersi nel modo in cui si è espresso  il penta stellato Seriol. rivolgendo l’appellativo di boia al capo dello Stato, è l’ennesima manifestazione del livello di degrado a cui è arrivata la politica. Ma  questo aspetto, certamente cruciale, non è tutto perché, insieme, l’episodio mette in luce il  livello di generale obnubilamento delle radici culturali, del senso delle cose, degli apparati concettuali e rappresentazioni simboliche che stanno dietro l’ordine del linguaggio e l’uso delle parole.

    I commenti del mondo politico, del grande circo mediatico, che si è affannato ghiottamente intorno all’episodio, di personaggi pubblici di vario rango chiamati in causa a esprimere un parere,  hanno oscillato infatti, secondo il solito gioco delle parti  – questa volta più trasversalmente di quanto sarebbe successo al tempo di Berlusconi – tra il riturale sdegno istituzionale – non si parla male del Capo dello Stato! – e la banalizzazione, quella conforme al trend dominante,  di considerare l’espressione o una stupidaggine e un eccesso. Ragazzate, insomma, o sbruffonate da stadio.

    Invece non si possono fare sconti al penta stellato in questione e neanche al suo collega Tofalo che oggi in aula ha sdoganato l’inquietante espressione del “boia chi molla”. Non si possono fare sconti perché quella parola usata in quel modo non è stata né la manifestazione di una aspra o asperrima critica all’operato del Presidente Napolitano  né un banale ancorché  pesante insulto alla sua persona né, tantomeno,  l’espressione della volontà di prendere le distanze da un personaggio pubblico di primo piano, la prima carica dello Stato, in quanto considerato un avversario se non addirittura un nemico .

    Le parole hanno radici antiche, giocano nell’intreccio tra rimandi etimologici e slittamenti metaforici, tra significante per lo più fisso e  significato spesso sfuggente, e con al seguito complesse sedimentazioni storiche e simboliche che da tutto ciò derivano. Su quella parola, così inquietante a sentirla pronunciare, come ha fatto Seriol,  nella sala stampa della Camera dei deputati,  si è addensato il portato di uno dei  lati più oscuri della storia umana: quello della punizione dell’altro, delle sevizie inflitte e della tortura normalizzata dal potere sovrano, e del processo di subumanizzazione che ha sempre accompagnato il potere di chi, legittimamente o non legittimamente, possiede il potere di infliggere la morte all’altro. Il greco antico denominava con la parola boìetai le strisce in cuoio di cui erano fatti i lacci e le fruste usate dai carnefici per seviziare i condannati.  Lo strumento ha poi designato, per metonimia, colui che ne faceva uso. Il boia, appunto. E su quella figura, assegnata dal re o da chi per lui, a quel compito, si è depositato nel tempo il marchio dell’ infamia, il segno del disprezzo e del disgusto popolare.

    Nell’occidente cristiano, il corpo del boia, mentre era in vita, e spesso anche quello dei suoi aiutanti e dei suoi familiari, era percepito come alieno e spregevole, circondato da un’aura di infamia. Estraneo rispetto alla comunità. Col tempo il boia venne chiamato esecutore di giustizia ma l’aura di infamia continuò sempre a sovrastarlo, anche dopo la morte Non a caso l’esecutore di giustizia, ancora nel corso dell’Ottocento, era sepolto separatamente dagli altri defunti in una zona marginale del cimitero.

    Boia sono stati soprannominati i gerarchi nazisti, cioè i carnefici della moderna tragedia europea segnati da quel male estremo e assoluto di cui parla con fulminante lucidità Hannah Arendt, nella sua banalità del male.

    Il linguaggio è potente veicolo dei processi che rendono gli umani assuefatti e assuefabili al peggio.

    Seriol. è frutto di questo nostro tempo che ha perso il senso di troppe cose, dove le parole non significano più niente e le peggiori, quando vengono pronunciate, offrono quasi sempre solo  l’occasione per posizionamenti conformi e di maniera.

    Smemoratezza e banalità della classe politica. Siamo a questo punto e non per la prima volta. Intanto la Procura ha aperto un fascicolo per verificare se esistano i presupposti del reato di vilipendio.  E il M5S, invece di parlare dei motivi della sua ostinata legittima giustificata e, per chi scrive, condivisibile opposizione al decreto IMU/Banca Italia, continua imperterrito nell’esercizio di brutalizzare la politica.

     

     

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  • Featured Image RenziBerlusconi

     Ho letto i giornali, ascoltato i commenti, messo insieme le impressioni, ripensato i punti per me critici, o molto critici, della storia recente. E, con qualche sforzo, recuperato la capacità di trasecolare, che, confesso, avverto sempre meno, di fronte all’andazzo ad libitum della sconquassante crisi politica. Così trasecolo apprendendo che in settori del Pd ci registrano disagi, tensioni, vergogne per l’incontro al Nazareno tra Renzi e Berlusconi. Boh, davvero non capisco. O capisco troppo bene e però lascio perdere, perché dovrei affrontare temi complessi che rimandano a una certa cultura di sinistra del doppio statuto di liceità del giudizio e dell’azione, o dei depositi di verità e dei loro custodi e analoghe luciferine complessità, che è meglio davvero lasciar perdere perché ormai disamoranti oltre misura. La vera onesta domanda a sinistra – ovviamente sul tema RenziBerlusconi – oggi è soltanto una: meglio il convitato di pietra B. in veste di statista al tavolo delle larghe intese, con la palese benedizione del Capo dello Stato, oppure il giocatore di ruzzica sempre B. in veste di concorrente ex aequo nella corsa ad ostacoli per la legge elettorale, e sempre con l’approvazione del Capo dello Stato, ancorché celata?
    Per chi non lo sapesse la ruzzica era un gioco molto popolare nelle regioni dell’Italia centrale – Lazio Abruzzo, Marche – nel XIX secolo. Consisteva nel lanciare e far rotolare/ruzzolare – da cui il nome – una forma di percorino legata da una corda lungo i sentieri della transumanza. Il formaggio non di rado si rompeva in varie schegge o si perdeva tra avallamenti e boscaglie. Forse per questo a Roma giocare a ruzzica non è il massimo delle aspirazioni.

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  • Featured Image Falluja 2014

    Nel 2004, dieci anni fa, tra la primavera e l’autunno, la città di Falluja, rea di opporsi strenuamente all’invasione dei marines in Iraq, fu sottoposta dalle truppe della coalizione ad attacchi di ogni tipo, fino all’accerchiamento e assalto finale avvenuto in novembre, in uno terrificante crescendo di morte e distruzione. La battaglia di Falluja è stata definita la più feroce condotta dai marines in un centro urbano, dopo quella di Hue in Vietnam, nel 1968.

    Il numero dei morti e della gente in fuga, non più rientrata, fu enorme. Nella propagande di Bush e dei suoi generali l’attacco a Falluja doveva servire per “spezzare la spina dorsale del terrorismo internazionale”. Ma, come è noto, nessuna spina dorsale fu spezzata, anzi i pozzi avvelenati di quel tipo hanno ricevuto alimento ad libitum proprio da vicende di quel tipo e, per quanto riguarda Falluja, la città è oggi crocevia di tutti i gruppi, raggruppamenti, filiere, connessioni della galassia alqaedista e affini. Con in più l’ancoraggio ai gruppi analoghi della confinante Siria, sconvolta da qualcosa che assomiglia molto a una guerra civile. La cronaca questi giorni ha riportato Falluja alla ribalta. Ma la politica neanche sa di che si tratti e come quello che accadde là abbia a che vedere con noi. Solo dieci anni ma sembra un secolo.
    Do you remember la menzognera campagna sulle armi di distruzione di massa?
    Falluja, che allora fu roccaforte dell’opposizione sunnita all’invasione, è di nuovo – per altro non ha mai cessato di esserlo – teatro di asperrimi scontri tra il regime del presidente sciita Nuri al Maliki, a cui gli Usa hanno affidato, dopo il loro ritiro, la “sicurezza!” del Paese, e il coacervo di forze contrarie al regime.
    Un disastro in atto, tra i tanti che ci sono, diranno molti anche a sinistra. Una sinistra però che ormai non sa fare altro che bisticci da cortile, querelle senza senso e senza intelligenza, trucchi del mestiere per restare a galla. E non può ovviamente pensare di avere qualcosa a che vedere con quella storia.
    Molti – capi di stato e di governo, ministri competenti e responsabili militari ma anche parlamenti e rappresentanze democratiche, non fecero nulla o fecero pochissimo per frenare l’operazione di guerra di Bush, smascherandone la menzognera montatura , o ad essa acconsentirono o a essa parteciparono, come l’Italia. Ma non solo furono alleati o complici di una guerra che non doveva esser fatta. Arrivarono a rendersi complici e tacquero su una terribile, oscena operazione di guerra condotta secondo la logica e le modalità della punizione collettiva di un’intera città e della comunità che l’abitava. Colpevole appunto di resistenza. Rappresaglie casa per casa, bombardamenti indiscriminati dal cielo.
    Con ogni mezzo i marines procedettero. E fu usato il fosforo bianco, con effetti che furono quelli che furono, su obiettivi umani. Dopo un’inchiesta di Rainews 24, il “particolare” fu raccontato , sul piano “tecnico”, da una rivista specializzata dell’esercito americano, ‘Field Artillery’. Munizioni, spiegava la rivista, usate non soltanto per creare una cortina fumogena che facilitasse le operazioni ma per l’alto impatto psicologico nei confronti degli insurgents. E dunque usate quando le armi tradizionali non facevano effetto.

    Le guerre e i loro strascichi. Ma sembra sempre, poi, che dietro quei disastri non ci sia stato nessuno. Tipo “cose che avvengono”.

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  • Grande jazz per concludere il 2013

    Solo jazz per concludere questo 2013 delle dissolvenze e delle insorgenze. Viviamo un’epoca di cambiamento radicale, per molti versi sbaragliante, e capire davvero, liberamente, quello che succede, fuori dagli schemi, entrambi letali, della nostalgia che non finisce mai e dell’adattamento che in continuazione banalizza tutto, è il primo augurio che dobbiamo farci. Soprattutto se vogliamo affidare ancora alla politica ruolo, funzione, compiti.
    Solo grande jazz, per concludere quet’anno della crisi che più crisi non si può, checchè ne racconti il premier Letta, convincente, nei suoi ottimistici proclami sulla ripresa alle porte, quanto un pesce bollito. Grande jazz che amo perché fa parte della mia vita, e dire grande jazz significa, per esempio, quartetto di John Coltrane, Mc Coy Tyner al piano, Jimmy Garrison al basso, Elvin Jones alla batteria, o Roy Hannes, quando capitava che Jones fosse in prigone. Il che succedeva. Grandissimo Coltrane. Risonanze del mondo. Fa bene al cuore.
    Auguri alle mie amiche e ai miei amici di facebook; alle ragazze e ai ragazzi di Tilt, che si danno da fare con tenacia per trovare nuove strade della politica. Davvero, auguri. E auguri alle mie amiche femministe, che sono soprattutto quelle non affette da manie vittimistiche verso le donne o da furori perbenisti di vario tipo. Insopportabili, queste ultime, ma auguri anche a loro. Auguri a Sinistra Ecologia Libertà, che ne ha davvero bisogno. Auguri speciali a tutt@ quelli@ che ce la stanno mettendo davvero tutta perché la parola fine sia infine messa al vergognoso trattamento che il nostro Paese riserva ai/alle migranti. E’ l’augurio che faccio anche all’Italia, perché c’è solo da vergognarsi che faccia la figura che fa in sede europea. Pronti tutti quelli della maggioranza a impoverire la vita delle persone fino a superare ogni limite di tutela e sicurezza sociale, pur di rispettare diktat e vincoli europei, ma sull’immigrazione sordi come campane. Fuori dalle chiacchiere, bisogna cancellare subito per via parlamentare la Bossi Fini e cancellare per via operativa i vari luoghi della vergogna, comunque nominati. E por mano a una legge sulla cittadinanza robustamente ispirata al principio dello ius soli, per chi nasce qui, e alla velocizzazione del riconoscimento per chi è nato altrove e ne fa richiesta. Bisognerà spiegare al ministro Mauro che la materia non è di sua competenza.
    Auguri a Rosa Jijon che per un bel po’ starà a Quito e qui se ne sente la mancanza. Suguri al progetto “Seconde a chi?”, e al gruppo di lavoro che lo sta portando avanti davvero bene. E auguri a Igiaba Scego, perché dimostra, in modo che si può toccar con mano, che i mondi che si incontrano sono meglio – infinitamente meglio – dei mondi che si arroccano ognuno per conto proprio, autocertificandosi quanto a radici e analoghe sciocchezze. Auguri a tutti quelli che amano il Jazz. Forse soprattutto uomini? Forse soprattutto d’antan? Auguri.

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  • Il ministro e lo ius soli

    Mi auguro che la proposta definitiva intorno all’oscena vicenda dei diritti dei migranti continuamente negati in Italia, salve le pubbliche lacrime coccodrillesche a ogni tragedia, non sia quella del ministro Mario Mauro, ardito ideatore di soluzioni da nostalgico di epopee coloniali, oltre che di mai abbastasmza contrastate i implementazioni di spese militari. Così arditamente il ministro della Difesa propone che il chiarissimo principio dello ius soli sia sostituito dall’oscuro – o xenofobicamente troppo chiaro – ius culturae e ai migranti venga offerta la grande occasione del servizio militare extra cittadinanza come accesso futuribile alla medesima. Reclutamento straordinario di nuovi ascari, viene da dire, visto che non siamo gli Usa ma l’Italia con la sua storia africana e ogni Paese abbia in conto i suoi debiti verso l'”Altro”. Ascari dunque, messi in riga con una speciale forma di nuova leva all’uopo obbligatoria, visto che l’esercito professionale, in auge da un bel po’ di anni, l’ha abolita. Invece per i migranti diventerebbe il passaggio obbligato. Pensate un po’. E le migranti? Lo ius culturae immaginato dal ministro prevede che si debbano adeguare agli standard culturali italiani. che prevedono l’accesso delle donne al servizio militare? Oppure le escludiamo dal diritto alla cittadinanza’? Il ministro Mauro ha questa specialità: ogni volta che parla fa capire proprio bene l’indecente guazzabuglio culturale di cui è formato e pervaso il governo in carica. Di cui fa parte che nessuno del medesimo governo, a cominciare dal silentissimo premier, gli dica niente, altrimenti le fibrillazione esplodono e la stabilità vacilla. Appunto.

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  • Un secolo dalla Grande Guerra

    1914/2014: un secolo dalla Grande Guerra. Una bella sfida per la cultura, la politica, i Parlamenti e i Governi di oggi. E per Bruxelles e la Cancelliera tedesca, sostenitori dell’austerità che desertifica, che poi le cose si aggiusteranno. Intanto i populismi si diffondono e siamo in vista delle elezioni europee. Ma è anche una sfida, quel secolo dalla Grande Guerra, per tutt@ noi, per ridare senso alle cose e fare i conti con i messaggi in bottiglia che dal passato arrivano fino a noi. Le classi dirigenti di allora andarono alla guerra con il passo sbilenco e lo spirito assente dei sonnambuli. Ne parla lo storico Christopher Clark nel suo libro intitolato appunto: Sonnambuli. Solo chi ha uno scopo teme i pericoli perché teme per lo scopo. E che cosa vuole davvero oggi l’Europa di Bruxelles?

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  • da Laboratorio Sguardi di genere

    Violenza maschile sulle donne.

     Non ci sono ricorrenze oggi, nessuna giornata mondiale da celebrare. È un giorno qualsiasi, di quelli ordinari, di quelli che sui calendari sono contrassegnati in modo anonimo, gli uni uguali agli altri. Per noi la violenza di genere va concepita come un fatto ordinario, lo abbiamo ribadito più volte. E allora ci troviamo a scriverne oggi, ma non per caso. Da pochi giorni il collettivo romano “Cagne sciolte” ha occupato uno spazio per portare avanti un progetto territoriale contro la violenza di genere. Dedichiamo a loro queste riflessioni.

    Nel 1975 Silvia Federici e Nicole Cox scrivono un articolo particolarmente importante dal titolo Counterplanning from the kitchen,1 in cui si prendono la briga di chiarire il senso delle lotte femministe per il cosiddetto “salario contro il lavoro domestico” a una sinistra istituzionale e ideologica che non riusciva a comprenderle. Al di là della condizione storica precisa, la proposta di una “contro strategia dalla cucina” – la traduzione è un po’ forte, ma non infedele e la formula è chiaramente ironica 2 – coincide con un gesto fondativo. Essa, infatti, risponde alla necessità di costruire un punto di vista politico, femminista e materialista sul lavoro a partire dall’esperienza storica delle donne e, con esso, di completare l’orizzonte analitico marxiano sul nesso produzione-riproduzione.

    La “contro-strategia dalla cucina” allude, dunque, all’elaborazione di una prospettiva politica (ovvero: di una tattica e di una strategia). É esattamente di questo di cui sentiamo il bisogno per affrontare il problema della violenza maschile sulle donne ed è questo che, tutto sommato, ci sembra mancare. Possedere una prospettiva politica, infatti, non vuol dire maneggiare una collezione di opinioni da mettere sul mercato del dibattito pubblico. Ben diversamente, come spiega Federici in un saggio del 1974, significa saper condurre un insieme di lotte in grado di produrre un cambiamento radicale nelle nostre vite e nel nostro potere sociale come donne. Da questo punto di vista, la domanda “come combattere la violenza di genere?” andrebbe sostituita con un’interrogazione su “come le donne possono acquisire (organizzare) una potenza tale da sconfiggere la violenza di genere?”. La seconda formulazione differisce radicalmente dalla prima per due ragioni: anzitutto perché nomina un soggetto (le donne) e, in secondo luogo, perché dichiara di voler condurre una battaglia per vincerla – il che non è sempre scontato.

    La questione del soggetto è dirimente in quanto capovolge l’ordine discorsivo sulla violenza. Quest’ultimo, infatti, si fonda su una sorta di “asimmetria originaria” che impone alle donne il ruolo unico di oggetto della violenza mentre distribuisce la facoltà soggettiva di combatterla come si distribuiscono le caramelle ai bambini. In questo quadro, a difesa delle donne si fa appello in modo schizofrenico alle istituzioni, alle associazioni, alla legge, allo Stato tout court e, non da ultimo, addirittura alle forze dell’ordine. Tutti questi attori, d’altro canto, non sono alieni alla questione della violenza di genere, ma nel mondo reale – quello che magari non ci piace, ma che abitiamo – non costituiscono un soggetto contro la violenza quanto piuttosto un dispositivo complesso di mediazione e regolazione della violenza di genere. Quanta e quale violenza di genere è contemplata nel patto democratico? Chi (e in quali contesti) può perpetrare violenza di genere legittima? Quali forme di tamponamento sociale per le “vittime di violenza”? Quali donne sono degne di ricadere sotto le misure di contrattazione della violenza e quali possono crepare a suon di botte senza che si muova un dito? Questi – tradotti in soldoni – sono i problemi posti dalle campagne contro il femminicidio, spesso edulcorati tramite il ricorso rituale all’educazione. Contro la violenza bisogna insistere sull’educazione – quante volte lo abbiamo sentito, in buona o in cattiva fede!

    D’altro canto, nella misura in cui l’educazione è una forma di socializzazione di immaginario e pratiche (di soggettivazione, potremo dire), l’ingiunzione è valida. Tuttavia, molto spesso, la via pedagogica maschera il ricorso ad una sorta di “soluzione civilistica” che attribuisce alla cosiddetta società civile il compito di combattere la violenza di genere. A questo livello, la dimensione educativa assume carattere paradossale, se non esplicitamente ideologico. Le istituzioni della società civile – in primis la famiglia – lungi dall’essere forme universali della socializzazione (a meno di non volersi dichiarare hegeliane, ma non è il nostro caso), sono forme materialmente determinate e all’interno delle quali le cose non si cambiano con la bacchetta magica. Ad esempio, ragionando sulle lotte delle donne afro-americane degli anni ’60, Federici e Cox sottolineano che «non fu con le buone parole, ma con l’organizzazione del loro potere che [quelle donne] resero i loro bisogni comprensibili».3 Dal nostro punto di vista, il punto è dirimente: l’educazione al rispetto e all’amore delle donne è una componente essenziale nella lotta contro la violenza soltanto se si afferma attraverso il potere delle donne. Mai e in nessun modo, se l’educazione esprime l’esercizio di un potere alienato alle donne e cerca di metterle al sicuro a partire dal dizionario. Scrivono ancora Federici e Cox: «nel caso delle donne, cercare di educare gli uomini ha sempre significato che la loro battaglia venisse privatizzata e combattuta nella solitudine delle loro cucine e delle loro stanze da letto. Il potere educa.»

    Il potere che educa – seguendo questa prospettiva from the kitchen – è quello che le donne sanno costruire nell’immanenza delle pratiche politiche, non è un potere di rappresentanza. È una manifestazione di potenza e non un’elemosina alla debolezza. Da questo punto di vista, gli uomini educati contro la violenza non sono quelli che difendono (si difende pur sempre una proprietà) ma quelli che lottano insieme alle donne e – al limite – anche contro se stessi: contro tutte le forme di implicazione soggettiva negli ingranaggi complessi della macchina del sessismo. In tal senso, la diade “donne e uomini” non sta a indicare né due gruppi biologici né due aggregati sociali, ma soltanto due posizioni conflittuali rispetto alle quali i processi di soggettivazione sono molteplici ed eterogenei. Non ci interessa né l’essenzialismo, né la riduzione delle differenze: ci importa, però, sottolineare che nella lotta contro la violenza ci sono due posizioni che vanificano la proiezione di uno spazio liscio di mediazione entro il quale i soggetti vengono portati al confronto.
    Per quanto ci concerne, affrontare politicamente la violenza di genere significa assumere quest’ottica rovesciata, questo sguardo sui generis e from the kitchen. Non basta questo per risolvere i problemi, e lo sappiamo. Ma, allo stesso tempo, siamo convinte della necessità di una prospettiva politica. Ne abbiamo bisogno e per questo dedichiamo le nostre riflessioni alle compagne romane che hanno fatto un passo per immaginare, pensare, costruire relazioni forti contro la violenza di genere.

    21 dicembre 2013

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  • da Wired

    Una mattina d’estate 52 ragazzini tra i nove e i 16 anni ignorano il sole che splende fuori dalle finestre della classe. Stanno erigendo architetture fatte di spaghetti. La sfida proposta da Jill Hodges, che gestisce Fire Tech, un camp tecnologico estivo londinese, è semplice: ogni gruppo deve accontentarsi di spago, nastro adesivo di carta e di dieci spaghetti per costruire la struttura più alta possibile, in grado di reggersi da sola e di reggere il peso di un marshmallow.

     Strutture fragili e disordinate prendono forma e crollano. La maggior parte dei marshmallow ha delle facce disegnate sopra. Quando il tempo scade c’è un netto vincitore: una torre traballante, simile a una gru, alta 54 centimetri, tenuta su dallo spago legato in quattro punti. Riesce a reggere il suo marshmallow per dieci secondi. Questo lavoretto di dieci minuti ottiene l’attenzione assoluta dei ragazzini, risultato abbastanza difficile da conseguire nel resto della settimana. Hodges ha chiesto agli allievi di non distrarsi con il mondo digitale, durante il lavoro: «Niente messaggini, niente Minecraft, per questo avrete tempo più tardi». I ragazzini trascorrono il tempo libero proprio come la creatrice di Fire Tech pensava: installano server Minecraft o mandano messaggi agli amici. «Al mattino sono abbastanza concentrati», spiega Hodges. «Al pomeriggio l’attenzione cala».

     

    Gli allievi del camp londinese sono alfabetizzati tecnologici che si sono autoselezionati, ma perfino loro si sentono sopraffatti dal mondo tecnologico presente sui loro schermi. Zena Williams, una tredicenne di Redbridge che aspira a diventare direttrice creativa di un’azienda di videogiochi, confessa: «Le notifiche si accumulano e tu poi le puoi scrollare per dieci minuti». Theo Merten Manser, un sedicenne, racconta di usare contemporaneamente dieci o dodici social network. Ovunque i giovani riferiscono di fenomeni analoghi di iperstimolazione. Una quindicenne li ha sintetizzati così: «È inebriante, ti senti un mito, al centro dell’attenzione. Quello è la fase in cui tutti scrivono, finché non ce la fai più a reggere il passo». Uno studio condotto dallo psicologo Larry Rosen ha seguito negli Stati Uniti 263 studenti delle scuole medie, del liceo e dell’università, scoprendo che la stragrande maggioranza riusciva a concentrarsi su un compito per non più di sei minuti, per poi lasciarsi distrarre da qualche tecnologia. Rosen e i suoi collaboratori ipotizzano che gli studenti si rivolgano ai social network per una gratificazione emotiva, e concludono: «Comunque, la morale della favola è che gli studenti desiderano il multitasking, e la tecnologia li incoraggia a farlo».

     

    L’attenzione dei giovani non è mai stata messa a dura prova come oggi. Due ragazzi inglesi su tre, nell’età compresa tra i 12 e i 15 anni, possiedono uno smartphone, secondo un rapporto di Ofcom, l’authority inglese sulla comunicazione, pubblicato alla fine del 2012. Rispetto al 2011 l’incremento è stato del 50%. Il tempo online dei ragazzi è impiegato sempre più a passare da un sito all’altro, da un’app all’altra, e ogni mese saltano fuori novità imperdibili. Quando leggerete questo articolo ne sarà spuntata un’altra mezza dozzina.

     

    Secondo una ricerca Nielsen del 2012, la maggioranza dei teenager usa i telefonini per 18 attività principali, dagli sms alle foto, saltellando in media tra 41 app. Ma il 65% adopera il telefono per il social networking. I possessori di smartphone controllano l’apparecchio 150 volte al giorno, all’incirca una volta ogni sei minuti: almeno così dice Tomi T. Ahonen, che ha analizzato i dati Nokia.

     

    Aggiungiamo gli schermi presenti in casa e vediamo come i ragazzi concentrino in meno tempo più media. Una ricerca del 2010, condotta dalla Kaiser Family Foundation, mostrava come i teenager Usa dedicassero ai media 7 ore e 38 minuti al giorno. Ma in quelle sette ore consumavano contenuti per 10 ore e 45 minuti, perché potevano seguire simultaneamente più di un tipo di media. E i ragazzi familiarizzano prima con i media digitali: sempre secondo Ofcom, un terzo dei bambini inglesi tra i tre e i quattro anni va regolarmente online. Ed entrano sempre più precocemente in possesso di uno smartphone: la vita media di questi telefoni è di 21 mesi e quelli vecchi vanno ai giovani di famiglia; in Gran Bretagna possiede uno smartphone un milione di bambini tra gli 8 e i 12 anni, secondo le stime di YouGov.

     

    Ma che effetti ha l’iperstimolazione sui cervelli dei ragazzi? Niente di buono, certamente: Manfred Spitzer, neuroscienziato tedesco, la chiama “demenza digitale”. Secondo lui, una generazione si sta lobotomizzando a furia di postare Tumblr fino al sopraggiungere della catatonia. Qualche mese fa Susan Greenfield, una neuroscienziata, ha (ancora una volta) lanciato un allarme sui «ventenni che vivono in casa e passano le giornate vestiti con tutoni tipo pigiami da neonato, a divertirsi con giochi mitologici o sci-fi dai valori semplificati bene-male, e/o cercano famelicamente l’attenzione costante degli altri sui social network. La velocità di reazione richiesta e la riduzione del tempo destinato alla riflessione possono significare che quelle reazioni e valutazioni stanno diventando sempre più superficiali».

     

    Altri sono più prudenti. Nicholas Carr, autore di “Internet ci rende stupidi? Come la rete sta cambiando il nostro cervello“, dice: «Il problema non sta in un determinato servizio o in un determinato sito… È il fatto di essere risucchiati in questo mondo pieno di stimolazioni, con informazioni che bombardano da tutte le parti, mentre invece manca il tempo necessario per fermarsi a pensare, e per sviluppare le capacità di attenzione. I primi vent’anni della nostra vita sono quelli in cui il cervello cambia maggiormente e si formano i circuiti fondamentali che funzioneranno per il resto dell’esistenza. Quindi qualsiasi effetto positivo o negativo sarà più pronunciato, nei ragazzi». Nello specifico, il problema è il multitasking. Che in realtà non esiste: gli umani sono in grado di prestare la debita attenzione a un unico compito. “Multitasking” in realtà significa volgere rapidamente l’attenzione da un compito all’altro, con un dispendio di energie mentali superiore a quello necessario per eseguire il compito in sé. «Facendo spesso del multitasking, plasmiamo il nostro cervello in modo da renderlo più pronto a passare velocemente da una cosa all’altra», dice il neuroscienziato cognitivo Jordan Grafman. «Ma i processi cerebrali dedicati al pensiero e alle decisioni più profonde vengono meno rinforzati… Se vostro figlio possiede un iPad, capite quello che sto dicendo».

     

    Ma al di là delle sensazioni viscerali, finora non si sono visti studi che mettano in connessione i pigiamoni dei ventenni con il multitasking. Spiega Pete Etchells, psicologo sperimentale: «Chiunque faccia ricerche nel campo delle neuroscienze o della psicologia sa che qualsiasi evento provoca cambiamenti nel cervello: questi mutamenti sono le fondamenta dell’apprendimento». (Questo articolo vi cambierà il cervello). Sostiene Grafman: «Abbiamo bisogno di studiare le persone esposte fin da bambini a questo tipo di dispositivi, controllandone o misurandone l’uso, con variabili dipendenti legate ai risultati ottenuti nella vita reale. Sono sicuro che questo stia per succedere».

     

    È vero. E per quanto le prove siano frammentarie e comincino a emergere solo ora, un certo numero di ricercatori in tutto il mondo potrebbe arrivare a dimostrare l’esatto opposto: che la tecnologia sta rendendo i bambini più socievoli, espressivi e creativi. Per quanto i giovanissimi siano più distratti che mai da stimoli digitali, sono molto più abili degli adulti nel gestire queste distrazioni. Mizuko Ito, antropologa culturale californiana, sta monitorando oltre 1000 bambini. «Fin da piccoli hanno dovuto affrontare la realtà della distrazione, e dunque la necessità li ha spinti a sviluppare strategie adattative», spiega. Rebecca Eynon, ricercatrice della Oxford University, dice: «Stanno sviluppando parecchie tecniche, sono molto consapevoli di ciò che ognuno di quegli strumenti fa per loro, di quale sia il più appropriato per ogni occasione e di chi si può contattare usando un determinato medium. I ragazzi sono flessibili, riescono a mescolare gli ingredienti per soddisfare i propri bisogni».

     

    Le prove raccolte fanno pensare che la tecnologia possa distrarre i giovani, ma anche renderli più intelligenti, con l’ambiente e le tecniche giuste. Invece di denunciare la dipendenza digitale dei ragazzi (che tanto non si elimina), un gruppetto di ricercatori e filosofi sta cercando di capirne gli effetti positivi.

     

    Giocattoli (Foto: Sean Gallup / Getty Images)

    (Foto: Sean Gallup / Getty Images)

     

    Gli scaffali di una stanzetta nell’università del Sussex sono pieni di giocattoli. Uno di questi è un grosso fortino Playmobil, una versione interattiva sperimentale creata in collaborazione con l’Istituto federale svizzero di tecnologia di Zurigo. Una ricercatrice fa ondeggiare un dragone attorno al fortino: quando il chip RFID inserito nel corpo del pupazzo si trova vicino a un altro chip, il dragone ruggisce. La ricercatrice mette un re in cima al castello e lui proclama: «Io sono il re!». Un servitore lì accanto esclama: «Buongiorno, Maestà!».

     

    Il fortino Playmobil è uno strumento di ricerca per Nicola Yuill, capa del Chat Lab, gruppo di ricerca del dipartimento di psicologia specializzato in bambini e tecnologie. Yuill ha scoperto che la tecnologia inserita nel giocattolo non solo non distrae i bambini, ma ne cattura l’attenzione e ottiene la loro collaborazione. E i bambini si sono dimostrati molto più creativi e raffinati quando si è trattato di inventare e raccontare storie legate al castello e ai suoi abitanti. La collaborazione richiede l’attenzione dei collaboranti e Yuill ha notato che la tecnologia aiuta. Un’altra sua ricerca ha scoperto che quando i bambini giocano a “Cadavere squisito” (io disegno una testa mostruosa, piego il foglio in modo da nasconderla, poi tu disegni il tronco, e così via) sono più creativi se usano un iPad al posto di un normale foglio di carta. La ricerca che sta conducendo attualmente studia gli ottimi risultati che i bambini autistici ottengono con l’iPad, quando devono fare qualcosa assieme ai compagni. «Si teme che i bambini diventino dipendenti e troppo distratti», dice Yuill. «Invece loro hanno delle strategie».

     

    Alcune di queste strategie tendono al multitasking, che i bambini adottano in età sempre più tenera. Lydia Plowman insegna didattica e tecnologia all’università di Edimburgo. Per uno studio sul modo in cui i bambini imparano, tra le mura di casa, grazie alla tecnologia e ai giochi, Plowman ha passato del tempo con oltre una cinquantina di piccoletti e con le loro famiglie. «A tre anni Colin era già un ottimo fotografo. Con l’aiuto di sua madre stava imparando ad archiviare e ritrovare foto digitali, e insieme alla sorella di cinque anni comunicava con i parenti in Australia, inviando foto e messaggi contenenti emoticon (nessuno dei due bambini era in grado di scrivere) e usando una webcam per le videochiamate». Colin è un bambino più connesso e socievole, rispetto alle generazioni precedenti. Nota Plowman: «Con il supporto adatto, i media digitali possono offrire affascinanti possibilità di sviluppo delle capacità comunicative dei piccolissimi. Se usata in modo accorto, la tecnologia può favorire le interazioni sociali».

     

    (Foto: Getty Images)

    (Foto: Getty Images)

     

    Ma cosa succede quando la tecnologia è usata male, quando i ragazzini – specialmente i teenager, lasciati ai loro smartphone – non godono di un giusto sostegno? Secondo Carr «lo schermo omogeneizza la vita». Michael Rich, pediatra alla Harvard Medical School, dice: «Gli schermi scavalcano l’ampiezza normale dell’attenzione e continuano a riacchiapparla. Ma lo schermo non fornisce ai bambini la capacità di guardare una cosa, di analizzarla a velocità umana e di sintetizzare quello che sta succedendo».

     

    La ricerca fino a oggi ci ha indotti a credere che gli esseri umani non siano bravi a gestire i bombardamenti di dati. Uno studio chiave condotto nel 2009 da tre ricercatori di Stanford, Eyal Ophir, Clifford Nass e Anthony Wagner, ha scoperto che i multitasker accaniti – gruppo che comprende anche i teenager – «sono distratti dai molteplici flussi di media che consumano». Quelli che facevano tanto multitasking, si è visto, non solo avevano problemi nel mantenere la concentrazione, rispetto agli altri, ma erano meno efficienti perfino nel multitasking. I multitasker pesanti non erano bravi nello “sfruttare” le informazioni e manifestavano invece una propensione all’elaborazione esplorativa dei dati. Altri studi hanno dimostrato che i multitasker commettono più errori e ricordano peggio quello che hanno imparato durante il multitasking. Dimitri Christakis del Children’s Hospital di Seattle l’anno scorso ha studiato quello che accade ai topi quando vengono bombardati dai media. I suoi topi iperstimolati soffrivano di deficit cognitivi e di attenzione. Il neuroscienziato Jay Giedd si è chiesto: «La disponibilità di tecnologie che possono mantenere così alti e così a lungo i nostri livelli di dopamina farà innalzare la soglia di ciò che il nostro cervello ritiene gratificante in termini di relazioni, di studio o di fatica, in vista di obiettivi a lungo termine che potrebbero non avere un rinforzo immediato?».

     

    Un altro studio del 2012, opera dei ricercatori di Harvard, ha scoperto che rendere pubbliche informazioni su noi stessi innesca la medesima sensazione di piacere che il cervello sperimenta quando mangiamo o facciamo sesso. Secondo quel paper, oltre l’80% dei social media è fatto di annunci egoriferiti , mentre in un normale discorso di solito questi rappresentano il 30-40% del totale. I teenager, noti narcisisti, non hanno possibilità di scamparla. I topi però non sono bambini, neppure i topi che guardano video YouTube tutto il giorno. La ricerca specifica su come la tecnologia influenzi l’attenzione dei teenager è ancora scarsa. Studi recenti lasciano intravedere la possibilità che la faccenda non sia poi così negativa. E che ci siano addirittura risvolti positivi. Perfino nel mondo multitasking, ipercollegato e digitalmente rimbambito, sembra che i bambini diventino sempre più svegli: e non solo in termini di esercizi creativi, di breve impegno.

     

    (Foto: Getty Images)

    (Foto: Getty Images)

     

    I teenager di oggi scrivono molto di più, rispetto alle generazioni che li hanno preceduti, tra sms, instant message e Twitter. Un report pubblicato nel 2012 da Common Sense Media ha scoperto che il 71% dei 685 insegnanti statunitensi coinvolti nell’indagine pensava che le capacità di attenzione degli alunni fossero state “essenzialmente danneggiate” dai media digitali e dalla tecnologia. Nello stesso report, tuttavia, la maggioranza degli insegnanti ammetteva che gli alunni erano più bravi in matematica, scienze, lettura e comunicazione verbale. Gli strumenti digitali consentono ai ragazzini di coltivare, accrescere e sviluppare più precocemente capacità specifiche, come sostiene Clive Thompson.

     

    Nel passato era molto raro che i teenager diventassero campioni di scacchi: quando Bobby Fischer lo fece nel 1958, il mondo lo salutò come un prodigio e il suo record tenne fino al 1991. Da allora, con i computer e le partite in linea, quel primato è stato infranto venti volte. «Se ci sono modi di aiutarli a imparare, ripetere e pensare, puoi aprire la strada a queste notevoli fioriture di pensiero critico nei bambini a un’età che quando ero piccolo io sarebbe stata inconcepibile», dice Thompson.

     

    Ci sono speranze anche per il multitasking. Nel 2009 i tre ricercatori di Stanford avvertivano: «È pur sempre possibile che test cognitivi di alto livello rivelino in futuro benefici del multitasking tra media, diversi da quello del controllo cognitivo», e ora altri ricercatori stanno scoprendo questi benefici. Uno studio del 2010 ha dimostrato che alcune persone sono in grado di fare multitasking in modo efficace: il 2% circa degli inglesi, i cosiddetti supertasker, non ha alcun problema se guida l’auto e contemporaneamente parla al telefono.

     

    L’anno scorso Kelvin Lui, psicologo presso la Chinese University di Hong Kong, ha deciso di cercare di scoprire se il multitasking avesse qualche beneficio. Studi precedenti avevano utilizzato flussi multipli di informazioni simili tra loro. Lo psicologo ha messo in campo sorgenti di informazione audio e visive e ha scoperto che i multitasker più incalliti erano più bravi a gestire queste informazioni multisensoriali: «Situazioni come queste possono essere più rappresentative di quello che avviene nella vita reale», ha scritto. Lui sta cercando di sviluppare un nuovo metodo di misurazione, in grado di differenziare i tipi di multitasking: «Vorrei conoscere la frequenza di passaggio da un medium all’altro, sapere se il multitasker dedica un’attenzione attiva ai media o si limita a ricevere passivamente informazioni, e cose analoghe». Kelvin Lui pensa che i multitasker che devono passare frequentemente da un compito all’altro si troveranno in svantaggio. «Tuttavia, se la situazione richiede di distribuire l’attenzione su più compiti in contemporanea, i multitasker dei media potrebbero trovarsi in vantaggio per via del loro controllo cognitivo tendente all’ampiezza».

     

    È così che i teenager si relazionano al mondo digitale: senza passare da un compito all’altro, ma come cuochi che hanno più pentole sui fornelli e le controllano tutte di tanto in tanto. Usano internet in modo esplorativo, non per sfruttare le conoscenze. I teen­ager hanno maggiori probabilità di essere supertasker. Ma anche se non lo sono, quelli cresciuti con il web sembrano aver sviluppato strategie per ordinare le esigenze di attenzione in un flusso gerarchico. Sono bravissimi nel classificare le priorità, perché le tecnologie asincrone che loro amano – i messaggini, Tumblr – glielo consentono. «Mio figlio gioca online con un libro aperto in grembo», spiega Mizuko Ito. «Sposta l’attenzione sul libro quando il gioco è in un momento di morta o mentre ne sta caricando uno nuovo e la sua attenzione torna allo schermo quando il gioco riparte. Questo genere di spostamento di attenzione è molto diverso dall’essere interrotti da una telefonata, che non controlli e ti spezza la concentrazione. I ragazzini preferiscono i messaggini alle telefonate anche perché è facile scrivere un sms mentre si fanno altre attività e gestire molteplici flussi di attenzione».

     

    Quel che importa non è che i teenager usino gli smartphone, ma come li usano. Uno studio – attualmente sottoposto a review – condotto da Reynol Junco, psicologo presso il laboratorio Youth and Media ad Harvard, ha scoperto che, sebbene le prestazioni accademiche calassero quando gli studenti del primo anno facevano multitasking sui social network, ciò non era vero per gli studenti dal secondo anno in poi. «Stanno sviluppando le capacità necessarie», dice Junco. Danah Boyd, ricercatrice Microsoft, identifica nei “super log-off”, quando i teenager disattivano l’account Facebook invece di limitarsi a uscirne, e nel “whitewalling”, quando gli utenti cancellano un commento o un post Facebook dopo averlo letto, strategie di gestione della vita in network. Clive Thompson riporta una conversazione con un teenager: «Diceva che tutti loro hanno cominciato a disabilitare le continue notifiche sui telefoni e i computer, perché gli piaceva usare quelle forme di conoscenza e connessione, ma non volevano essere becchettati tutto il santo giorno. È un sano aggiustamento, quando ti rendi conto che la pressione è eccessiva». E gli strumenti più popolari tra i teenager – Snapchat, Instagram, Vine – richiedono un certo grado di attenzione, di espressività e creatività meno evidenti nei servizi da cui stanno rifuggendo, come Facebook.

     

    «Se sto facendo qualcosa di davvero importante, mi metto offline dappertutto», spiega la tredicenne Zena Williams. «Parlerò quando avrò finito. È solo un mezzo di comunicazione». L’undicenne Alexander Leonce Weekes dice: «Normalmente non mi distraggo. Se sono al computer e sto facendo qualcosa, e qualcuno mi chiama su Skype, di solito mi sloggo subito». I ragazzi sono consapevoli, sanno dove sta la loro attenzione. «Abbiamo una capacità di infilarci tra le cose e mi pare che qui stia andando il futuro», dice Marley Gibbons-Balfour, 16 anni. «Ma esagerare non va bene: devi fare un passo indietro e pensare a quanto tempo stai trascorrendo in quel modo».

     

    «Tutti ripetono che a scuola i ragazzi non riescono a concentrarsi perché sono stati alzati per metà della notte a scrivere su Facebook o a chattare con gli amici. Io non ci credo. Se il mondo restasse sempre uguale, come sarebbe il futuro? Mica si può tornare all’epoca vittoriana». Il londinese Jamie Holloway, 12 anni, la pensa così.

     

    Un recente rapporto del Pew Internet Project ha raccolto i pareri di 1021 esperti e critici (adulti) di tecnologie sull’adeguatezza delle nuove generazioni al mondo del 2020. «Le capacità essenziali saranno saper cercare, scorrere, valutare qualitativamente e sintetizzare, rapidamente, l’enorme quantità di informazioni», ha risposto Jonathan Grudin, di Microsoft Research. «Mentre la capacità di leggere una cosa e di pensarci su per ore non sarà ininfluente del tutto, ma avrà meno importanza». Il mondo del lavoro premia sempre più la gente fornita di quell’attenzione esplorativa tipica dei teenager.

     

    L’”impostazione predefinita” moderna richiede un’attenzione veloce e mobile. «Non penso che avere un’attenzione frammentata sia per forza un male», sostiene Howard Rheingold della Stanford University. «Penso si tratti di una sorta di adattamento al mondo in cui viviamo. I nostri bisnonni probabilmente non avevano motivo di temere di essere investiti da un’automobile, mentre oggi la gente deve stare attenta al traffico. Via via che il mondo cambia, cambiano le nostre necessità di attenzione… I giovani sono abili nello spostarsi da un oggetto all’altro. Ma questa facilità di movimento non ti dice quando muoverti e dove andare».

     

    Gli adulti sono d’aiuto in questi movimenti. «Bisogna scoprire come incoraggiare i ragazzini a passare del tempo su Facebook, o a scrivere messaggini o quant’altro, ma avendo cura che trovino anche il tempo di esercitare forme di pensiero più concentrate, con gli occhi lontani da uno schermo», dice Nicholas Carr.

     

    Molti degli studiosi che abbiamo sentito ci stanno provando. Michael Rich conduce uno studio su 800 adolescenti e il multitasking, e su come questo influisce sull’attenzione e il controllo degli impulsi. Ognuna delle “cavie” porta con sé uno smartphone e viene bombardata di domande: dove sei? Cosa stai facendo? A cosa stai prestando più attenzione? Il ragazzo poi riprende un panorama a 360° su un video HD «per annotare cose di cui non era nemmeno consapevole», spiega Rich, che ha anche elaborato alcune routine per sviluppare l’attenzione dei teenager: niente schermi durante i pasti, genitori che mettono via i telefoni e lasciano che i ragazzi stilino un programma di attività per le 24 ore, per insegnare a scegliere le priorità in modo più attivo. Il laboratorio di Larry Rosen si concentra «sulla comprensione degli effetti che ha sul cervello questa continua pressione a passare da un’attività all’altra, e su come aiutare le persone a riconoscere i limiti, e a imparare tecniche che favoriscano una migliore concentrazione». A fare del “contemplative computing”, insomma.

     

    Rheingold sta sperimentando sui suoi studenti varie tecniche di attenzione o metacognizione. «I quindici-sedicenni condividono abitudini tecnologiche diverse», sostiene. «Potremmo sfruttare questo fatto a loro vantaggio, aiutandoli a essere un po’ più consapevoli di quello che fanno. La metacognizione è essere consapevoli di tutti gli strumenti che abbiamo a disposizione nella nostra cassetta degli attrezzi mentale, e saper usare quello giusto al momento giusto». Mazuko Ito è d’accordo: «Dovremmo concentrarci sui modi per aiutare i ragazzini a sviluppare strategie di gestione dell’attenzione». A occhio, non sembra un’impresa difficile. «È una cosa che le scuole dovrebbero assolutamente insegnare», dichiara Clive Thompson. «Non è una missione impossibile, si potrebbe tranquillamente inserirla nei programmi… Imparare a gestire i social media: li stanno cacciando fuori dalle scuole e invece è proprio lì che dovresti guidare e indirizzare l’interazione dei ragazzini».

     

    Dobbiamo smettere di fare dell’allarmismo sulla tecnologia, non solo perché è sbagliato, ma perché è nocivo. In un altro studio del 2013, Reynol Junco ha scoperto che negli Stati Uniti i giovani tendevano a sovrastimare il tempo passato online, moltiplicandolo per cinque: in media passavano 26 minuti al giorno su Facebook, ma ne dichiaravano 145. «La società dice che è un male e loro accettano il verdetto. Non è il modo giusto per crescere una generazione. Stiamo colpevolizzando i giovani rispetto a una parte della loro vita che invece è assolutamente normale».

     

    (Foto: Getty Images)

    (Foto: Getty Images)

     

    Non dovremmo. E i ragazzini non dovrebbero inventarsi da soli strategie per conservare l’attenzione. Dovremmo invece aiutarli noi a sviluppare quelle capacità. Thompson cita Heidi Siwak, un’insegnante di scuola elementare dell’Ontario. Siwak coinvolge i suoi alunni in progetti su Twitter in cui, per esempio, per un’intera giornata i bambini discutono con gente di tutto il mondo su un libro che parla di Shoah. «E una cosa del genere la puoi fare solo se la scuola ti consente di usare Facebook e Twitter in classe», dice Thompson. «Quel che sta facendo Heidi è fantastico, è un modello di azione. A livello istituzionale c’è una certa inerzia. Ma a livello di singole classi stanno sbocciando mille fiori. Ed è molto divertente osservare quel lo che sta succedendo».

     

    Mettiamo le tecnologie digitali nel cuore dell’istruzione, in modi che sia­no adeguati all’uso che i ragazzini fanno dei media digitali, così i giovanissimi capiranno come sfruttarli al meglio. E per sostenere questa operazione occorrono studi seri. L’iperstimolazione sta modificando lo sviluppo dei ragazzini: dobbiamo scoprire come, e in che modo sfruttare questo fatto per dare loro una carica ulteriore. Con i loro cervelli plastici e adattativi e la loro crescita avvenuta in piena immersione digitale, i bambini di questa generazione potrebbero essere i più brillanti, i più creativi, i più connessi della storia dell’umanità. Aiutiamoli.

     


    Tom Cheshire è associate editor di Wired UK. Ha scritto “The explorer gene”, dedicato alla famiglia Piccard.

     

     

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