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  • La metafora delle donne che volano

    La città delle donne: conclusioni dell’incontro del 28 ottobre a Napoli.

    La città e i suoi problemi vista dalle donne a partire da come le donne la vivono, la subiscono, la pensano diversamente e la propongono in modo diverso. E  di conseguenza pensano e agiscono  la politica. Questa l’idea su cui vogliamo lavorare.

    Nell’incontro di oggi abbiamo potuto ascoltare il racconto di esperienze e pratiche politiche che riflettono una bella conoscenza da parte delle compagne di quelli che sono oggi i problemi delle città. Problemi di prima grandezza e ormai strutturali, spesso irrisolvibili, in assenza di un deciso cambio di passo. Ed è a questo cambio di passo che vogliamo lavorare. Perché  le città hanno ormai perso da tempo il carattere di spazio in comune e di luogo pubblico funzionale al buon vivere di chi le abita,  di chi ha bisogno di protezione e accoglienza, e anche di chi cerca in quei luoghi le tracce della bellezza del mondo e trova invece le prove dei disastri delle  politiche neoliberiste . Sotto l’incalzare  continuo di queste politiche  le città sono infatti diventate altro. Sono luoghi spossessati, dominati dal business, da un management urbano difficilmente controllabile da parte di chi vi  abita, gentrificate in luoghi una volta popolari e  sempre più divise tra centro e periferie, sempre più attraversate dalle nuove forme metropolitane dell’immiserimento e della povertà. L’azzeramento del carattere pubblico degli spazi urbani colpisce infatti gli strati sociali più marginali mentre i beni comuni vengono esposti a un “processo di mercificazione e recinzione” che, come scrive l’economista Elinor Osrom”, ne cancella il carattere intrinseco e sostanziale.

    E proprio per questo, però, le città sono anche un luogo essenziale per ricostruire forza sociale e conflitto, pratiche di solidarietà e cambiamento, idee diverse della vivibilità degli spazi urbani.

    Tutti gli interventi hanno oggi sottolineato  da vari punti di vista quanto  sia importante una politica radicata nella realtà sociale della città, che sappia fare i conti con gli effetti perversi della crisi. Si è parlato della necessità di rilanciare una forte politica dei sevizi, della sanità pubblica, degli spazi urbani liberati, dell’ambiente, dei centri di cultura, delle esperienze di impresa femminile. Nello stesso tempo sia capace di valorizzare le dinamiche positive che, a dispetto delle difficoltà,  si producono o si possono produrre.  Si è parlato della necessità di rilanciare una forte politica dei sevizi, della sanità pubblica, degli spazi urbani liberati, dell’ambiente, dei centri di cultura, delle esperienze di impresa femminile. E   Queste dinamiche vanno conosciute e valorizzate, è stato detto da molte compagne, perché è da là che si deve ricominciare se si vuole davvero inaugurare una nuova stagione. Ne ha parlato Melinda nell’intervento che ha aperto i nostri lavori e ne ha parlato anche il sindaco De Magistris quando ha spiegato la logica a cui si ispirano molte sue scelte nel rapporto con le realtà politico-sociali di Napoli.

    Siamo nell’interregno ha sottolineato Giulia, ricordando Gramsci e la sua analisi della crisi. Sono d’accordo con lei:  un nuovo ordine delle cose non è alle viste mentre  il vecchio non fa che produrre  gli effetti perversi della sua crisi e delle crisi irrisolte. Morbosità le chiama Gramsci, ed è con queste morbosità che bisogna oggi sapersi misurare cercando di capire a fondo  gli effetti che producono sulla società, su chi soprattutto subisce indifeso gli effetti della crisi. Da questo punto di vista il femminismo offre strumenti efficaci per capire meglio le dinamiche che la crisi innesca e per dotarci di strumenti di analisi  più forti ed efficaci. Iniziative politiche  che vogliano essere all’altezza delle cose hanno oggi bisogno di recuperare saperi antichi della sinistra ma anche strumenti nuovi . Per esempio strumenti di analisi per capire a fondo il rapporto tra sessismo e razzismo, il rapporto tra crisi post patriarcale del maschile e violenza sulle donne , nonché  i modi del riflusso antropologico-culturale e il ritorno  a archetipi ancestrali di tipo chiuso e identitario  come risposta agli effetti stranianti  della crisi.  E l’ossessione per il capo, per l’uomo del destino che promette cose mirabolanti. Sono, queste e altre, le  forme morbose, gli effetti perversi, che l’assenza di un pensiero critico, di una sinistra politica,  e la crescente disaffezione democratica di larghi settori popolari, hanno reso endemiche. Dobbiamo darci il tempo e i luoghi anche per riflettere sul  femminismo, che  è  un grande campo di riferimento oggi,  anche in questo incontro è stato evidente, ma può anche essere un campo generico perché è  un luogo dove si incontrano  tanti diversi femminismi di oggi,  e dove  riecheggiano tanti percorsi di donne che hanno avuto pensieri anche molto diversi su cose essenziali. Propongo che la nostra “Città delle donne” se ne occupi seriamente, ne faccia terreno di riflessione e sperimentazione. Femminismo politico:  penso che di questo abbiamo bisogno. La condizione che le donne non siano gregarie ma protagoniste della politica oggi è la condizione essenziale perché la politica riacquisti credibilità e forza. Dobbiamo essere ostinatissime e intransigenti su questo punto. Perché la dinamica anche di questo ennesimo tentativo di riorganizzare una proposta di sinistra – che molte di noi sostengono –  non promette di andare nella direzione che sarebbe necessaria, riproponendo la centralità del maschile e degli uomini ancora una volta come fosse scontata. Io penso che si tratti di un deficit strutturale del pensiero e della pratica politica.

    La città delle donne” vuole essere un manifesto politico, la sfida che una presa di parola femminile e femminista sempre  rappresenta. Una parola che sappia essere scomoda e metta in discussione senza sconti  il dominante meanstream dell’indifferenziato politico e  della politica schiava del politicismo di ultima generazione.  E nello stesso tempo sia capace di mettere a valore politicamente l’esperienza dell’occuparsi degli altri, della cura, che viene dalla secolare storia sociale delle donne, ma rovesciandone il paradigma. L’immagine messa a capo della pagina di Face book a me piace moltissimo e ringrazio Barbara della scelta. Io la leggo come una metafora della politica delle donne. Rappresenta, a vederla, il volo di un gruppo di donne sulla città, comunque su un luogo abitato. E’ un volo quasi radente, non il volo verso l’alto con spirito primatista con cui solitamente si rappresenta la conquista del cielo da parte maschile. Il volo verso l’alto, l’ibris della sfida. Quelle figure di donna invece volano basso,  sono interessate a guardare attentamente verso il  basso, sembrano voler entrare in contatto con la vita della città e hanno scelto di guardarla da un’altezza solo funzionale ad  avene una visione d’insieme. E’ per me la rappresentazione di una politica che mette il paradigma della cura  – molte compagne vi hanno fatto riferimento  – al centro della politica. Rovesciandolo dal domestico al pubblico, dagli interni dell’essere donna all’esterno dell’essere  ogni donna, se vuole, soggetto della politica nel suo complesso e nella sua complessità.  Noi vogliamo provarci  e può essere una bella avventura politica, come è successo oggi qui a Napoli in questo ricco incontro organizzato nella storica biblioteca del Liceo Fonseca.  Un luogo quanto mai simbolico, come sappiamo, e come le studentesse del liceo ci hanno ricordato, parlandoci di Eleonora de Fonseca Pimentel  ,  patriota, politica, giornalista che fu una delle figure più rilevanti della della Repubblica napoletana del 1799 e per questo fu messa a morte dalla giustizia borbonica.

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  • Per strada

    Postato su Face book il  e ripescato dall’algoritmo l’11/05/2017  

     Svolto l’angolo e c’è un crocchio di uomini fermi sul marciapiede, un po’ in là. Parlano tra loro e ridono, come vecchi amici. Ma sono giovani. Saranno sette/otto e formano un cerchio, come un luogo difeso. Tra loro, all’interno del crocchio, ci sono diverse carrozzine, forse cinque, con creature piccole e altri bambini solo un po’ più grandi se ne stanno là, tranquilli, tra loro e le carrozzine. Padri che si prendono cura dei piccoli: a me sembra sempre una cosa bellissima.

    Un uomo e una donna di mezza ’età parlano tra loro a voce alta, mentre li incrocio. Lui dice a lei: Ma a che vuoi che serva ormai il greco antico? Solo tu e la dottoressa pensate che ancora ne valga la pena. Lui non è per niente polemico ma gentile, un signore d’altri tempi. E’ solo convinto di quello che dice. Lei tace, almeno in quel breve momento che li incrocio. A me viene in mente la mia professoressa di greco, fantastica, che ce lo insegnò come cosa preziosa del mondo.

    Una signora piccola e incurvata, davvero molto anziana, con un pesante carrello della spesa al seguito, si arrabatta per aprire il portone di casa. Deve essere pesantissimo perché è simile a quello del palazzo dove abito, che è appunto pesantissimo. Signora, posso aiutarla? le chiedo. Lei mi guarda smarrita. No, ce la faccio, grazie, borbotta. Ma non ce la fa e dopo un attimo mi allunga le chiavi, proprio mentre sto per andarmene. Apro il portone con qualche difficoltà e lei sta là impacciata. Nell’androne ci sono sei o sette gradini, di quelli belli alti, per arrivare all’ascensore. Mi sembra impossibile che quella piccola signora possa trascinare su quel carrello che è più grande di lei. Signora l’aiuto, glielo porto all’ascensore. Lei mi guarda più che smarrita. Chissà che pensa. Le dico: si fermi al portone mentre io porto il carrello all’ascensore, così si riposa e sale con tutta calma, quando vuole. Non smetterebbe mai di ringraziarmi quando scendo e la saluto, prima di andare a cercare un’edicola aperta.

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  • Il corpo delle donne come luogo pubblico

    “il corpo delle donne come luogo pubblico”  di Barbara Duden (prima edizione italiana 1994) rientra a pieno titolo nella complessa genealogia del pensiero femminista sul corpo femminile e sulla gravidanza, il parto, la maternità. Costituisce quindi, ancora oggi, un punto di riferimento importante rispetto all’evoluzione che le problematiche del corpo femminile hanno avuto di fronte allo sviluppo sempre più sofisticato della scienza e delle tecnologie riproduttive. Il libro di Duden offre  anche materia  per meglio  capire gli  spostamenti di senso –  in una direzione o in un’altra (di apertura o chiusura, per dirla in breve) –  che il ricorso a questo tipo di tecnologie alimenta, in particolare in Italia, prima con la spesso derogata legge 40, oggi con l’ancora fuori legge Gpa (Gestazione per altri).

    Parla di questo groviglio di questioni l’ennesimo  acceso dibattito che si è sviluppato intorno all’ordinanza delle giudici di Trento sul riconoscimento del secondo padre di due gemelli nati in Canada tramite Gpa, già riconosciuto il secondo padre come tale nello stesso Canada. “L’ordinamento minorile, dice la legge italiana e sostengono accesamente gli accusatori e le accusatrici dell’ordinanza, è da sempre basato sul dato naturale della duplicità maschio femmina della figura dei genitori, e questa ordinanza lo sostituisce con la duplicazione della stessa figura e quindi impoverisce il minore perché lo priva della ricchezza di una crescita e di un’educazione che provengono dalla completezza delle due distinte figure.” La legge e le vite delle persone: c’è sempre da discutere su questo, come il femminismo ci ha insegnato. Il dato naturale e la concretezza delle relazioni umane: anche su questo come femministe  abbiamo detto molto. E per quanto riguarda sconnessioni e dilemmi che la vicenda storica ci pone di fronte, abbiamo imparato a farci i conti, a cercare i punti di guadagno e di sfida. Il punto di guadagno, nell’ordinanza di Trento, non è   che i due gemelli vengono rassicurati nella conferma della loro rete affettiva e nel modo di rappresentarla dentro e fuori la loro famiglia? A me così pare. Quindi una scelta giusta delle giudici. Ma oggi lo stesso femminismo è attraversato da  grandi differenze politiche, in particolare proprio sul terreno delle tecnologie  riproduttive, e il dibattito tra analisi e posizioni diverse è spesso reso difficile dall’indisponibilità  al confronto. Il che rende tutto più difficile.

    Siamo a un dibattito che ancora una volta  diventa emblematico, perché mette in chiaro le linee di radicale frattura che ci sono nell’opinione pubblica e che attraversano senza sconti il femminismo. Al centro incombe la problematica relativa al rischio, che viene evocato da più parti, della ormai imminente scomparsa della madre dalla scena riproduttiva e/o della perdita della dimensione simbolica del nascere da una madre che sia riconoscibile come tale  in tutte le sue funzioni. Gestazione, parto, maternità. E che rechi in sé, in quel suo dare alla luce, il suggello del rapporto sessuale maschio femmina, “come da natura”. Un tema che è diventato per una parte del femminismo il focus di una riflessione a fondo sull’insieme di queste problematiche ,  che i cambiamenti dell’oggi rendono oltremodo necessaria, e per un’altra parte il punto polemico di una battaglia politica tesa soprattutto a risolvere i dilemmi secondo la logica  del  vietare  o dell’ inibire, mentre il ricorso  a tecniche riproduttive come la Gpa diventa il male assoluto del nostro . E questo in nome del fatto che mantenere integro il nesso tra tutte le funzioni del diventare madre sarebbe la sfida di civiltà che le donne si trovano oggi di fronte. E per chi nasce la sicurezza di essere quello che è. E’ infatti il tema della campagna per il divieto – e intanto per la moratoria a livello mondiale – della maternità surrogata che una grande parte del femminismo francese, con l’appoggio del governo socialista, porta avanti da molto tempo e che in questi giorni è stata anche ospitata dalla Camera dei deputati qui in Italia

    Nel libro di Duden  questa problematica  è già adombrata, sia  pure in una dimensione  diversa, nel delinearsi del conflitto tra il feto e la madre, che l’irrompere delle moderne tecnologie – a determinare il modo della maternità –   alimenta già negli snni Sessanta del secolo scorso,. La centralità della madre  sulla scena procreativa viene ridimensionata,perché in gran parte lo spazio simbolico viene occupato da un sempre più incombente e ingombrante feto. Prima non esisteva, ora  che quelle tecnologie slo hanno evidenziato oltre misura.  Si configura per Duden un vero e proprio  conflitto morale  che crea le condizioni del rovesciamento della scena pubblica – il feto che soppianta la madre nell’esclusività dell’attenzione pubblica – con la conseguente polarizzazione intorno alla nuova creatura di cui si aspetta la nascita come di una creatura già in tutto compiuta: persona e fratello dall’inizio, come ebbe a dire Il cardinale Ratzinger. Il feto contro la madre – passaggio che a Duden serve per mettere in scena l’autonomia della madre che le tecniche, evidenziando artificialmente il feto, invece inibiscono.

    Ma ridare spazio alla  madre  per Duden significherebbe un nuovo processo di identificazione con un corpo, che riacquisti qualcosa di sostanziale che caratterizza l’essere corpo di donna. Infatti solo la madre, in quanto donna, era in grado, prima elle tecnologie, di percepire ciò che succedeva nel suo ventre grazie alla capacità cinestetica del tatto, fortissima nelle donne, a fronte della fortissima attitudine scopica degli uomini. Ma questa attitudine è stata soppiantata  dalle moderne tecniche di ispezione del corpo. La donna insomma, nell’analisi di Duden,  è   messa sotto scacco dal feto oppure deve essere ripensata solo come corpo, un corpo di un prima storico che diventa metastorico. Quindi ormai impossibile

    Manca, in questo modo di trattare il corpo delle donne,  soggettività, relazionalità, processi di soggettivazione, performatività dello stesso corpo,

    Rischio sempre più netto di una  scomparsa della madre dalla scena procreativa? Ma qual è il reale contesto storico sociale e simbolico di questo rischio? La globalizzazione che viviamo, se proprio vogliamo esercitarci a concretizzare l’analisi,  dovrebbe indurre a circoscrivere il rischio all’occidente, al piano del simbolico occidentale, all’ansia delle origini che è tipica di questa parte del mondo. La complessa molteplicità globale del mondo attuale, in cui le vite incarnate delle donne hanno ancora molto con cui arrabattarsi in materia di maternità, da diversi punti di vista, ci dice altro,  ci offre materia amplissima per capire come stiano davvero le cose per quanto riguarda la maternità. Compresa la realtà dell’incontro di una disponibilità femminile a stare all’esperienza della Gpa con gli interessi di un mercato sempre più vorace su tutto e di tutto:  e con la realtà di forme di sfruttamento biopolitico dei corpi che possiamo catalogare tra gli aspetti peggiori del dominante capitalismo neoliberista.  che tutto mercifica e riduce a sé. Ma forse c’è  in tutto questo anche la presenza del desiderio femminili di trarre a proprio vantaggio il traibile da quello sfruttamento. E le due cose andrebbero  tenute separate per non ridurre il tutto a una rimozione di tipo etico, che funziona però  a sguardi alterni, delle sgradevoli contraddizioni del mondo.

    C’è allora in atto un  vero e proprio corpo a corpo tra tecnologie e corpo femminile? O piuttosto è in atto un corpo a corpo tra tecnologie e  diverse  rappresentazioni che del corpo femminile e della maternità fa il discorso pubblico, fanno le donne e fanno i femminismi?

    C’è sicuramente una narrazione sulla materia, che è nelle mani più diverse – del mondo scientifico, della chiesa, di svariati interessi economici, oltre che dei diretti e delle dirette interessate – e in cui ovviamente anche il femminismo nelle sue diverse correnti di pensiero e pratiche ha una parola importante e gioca un ruolo rilevante. C’è la campagna globale per la messa fuori legge della Gpa  promossa dalle femministe del  Collettivo francese per il rispetto del corpo e ci sono le risonanze che continua ad avere, in Italia e in altri Paesi europei questa iniziativa. E c’è chi della campagna dà un giudizio fortemente negativo nel merito oltre che nel metodo. Io sono tra chi esprime giudizi di questo secondo tipo. Per quello che mi riguarda,  mi sono sottratta da tempo all’idea che il dibattito sul corpo e sulla maternità  – dibattito così pregno di tutte le contraddizioni della contemporaneità – abbia bisogno del sigillo di una’ortodossia femminista. Di molto pensiero femminista di molta attenzione e riflessione di donne, sì, ha sicuramente bisogno, ma  di ortodossia femminista no.

    Affrontare oggi in modo sensato la discussione su temi come questi – maternità surrogata,  nuove famiglie, nuove forme di genitorialità – fa parte della sfida che la contemporaneità ci pone. Penso che occorra rinnovare positivamente il nostro confronto con il presente, cercando chiavi di pensiero critico che ci aiutino a pensare in termini nuovi lo stesso statuto dell’umano.

    A partire da come femministe e donne-  etero o lesbo che siano – si rapportano al proprio corpo, lo percepiscono e lo rappresentano, sentirei solo l’esigenza  di un dibattito libero e di una ricerca del terreno su cui davvero valga la pena di cercare elementi di maggiore comprensione, di maggiore vicinanza all’esperienza odierna delle donne, di intese possibili,  ma per via di  approssimazione, per altro, perché penso che non altro si possa fare oggi, di fronte a un mondo così tumultuosamente in cambiamento. Cercando soprattutto di capire da che punti di vista e di esperienza si muova la riflessione delle ragazze e delle giovani donne. E sono contenta per questo di aver avuto l’occasione di un confronto serio e anche intenso con Angela, che non ci sarebbe stato se non avessimo dovuto mettere insieme le nostre idee sul testo di Duden.

    Il corpo delle donne come luogo pubblico uscì alle stampe la prima volta in Italia nel 1994 e fu  poi ripubblicato nel 2007. Per l’autrice si trattava di un filone di ricerca di lunga durata, che l’aveva sempre impegnata come studiosa della storia delle donne – in particolare della medicina femminile nel 1700 –  ponendola però nello stesso tempo anche di fronte a un coinvolgimento sentimentale per la materia  e una forte curiosità intellettuale – curiosità foucaultiana dirà a un certo punto del libro –  di indagare come si sia evoluta la percezione sociale e la rappresentazione simbolica del corpo femminile. Quello di Duden è perciò un preciso e consolidato punto di vista, capace di scandagliare gli universi di senso del passato e trarre alimento da molti studi femministi sulla storia della gravidanza e del parto.

    In particolare i saggi di Carol Smith-Rosenberg sulla costruzione della donna isterica negli Stati Uniti dell’Ottocento – o quelli di studiose come Ludmilla Jordanova sulla cultura medica del Settecento e sul rapporto tra identità sociale delle donne e rappresentazione visiva della loro anatomia. E altro ancora.

    Il sottotitolo del libro “Sull’abuso del concetto di vita” è oltremodo significativo. L’analisi di come si affermi da un certo momento in poi  il  concetto astratto di vita – a tal punto potente da cancellare la concreta esperienza del corpo –  è infatti il nucleo della riflessione che performa l’itero ragionamento di Duden, risentendo anche degli scambi intellettuali avuti con Ivan Illich, libero pensatore e suo compagno di vita, particolarmente ostile all’astrattezza di quel concetto. Parola ameba, l’aveva definita Ivan Illic, sulla scorta del lavoro di Uwe Porkson nel saggio Plastikworter, parole ameba, cioè senza significati precisi e per questo adattabili a dire tutto e il contrario di tutto. “Vita” è la peggiore di tutte le  parole di questo tipo, aveva dichiarato Illich conversando con Porkson.

    Faccio questi richiami per mettere in evidenza quanto il sottotitolo sia stato fortemente pensato,  scelto per annunciare già in apertura  la materia più urticante e insieme più importante trattata nel libro. Non solo infatti la “vita” è  l’argomento affrontata diffusamente  nel terzo e ultimo capitolo del libro, ma è soprattutto il focus polemico su cui scava Duden .  Quella “vita” astrattamente intesa  che è arrivata a dominare la scena pubblica e con la sua tirannia morale, scrive Duden, domina il discorso contemporaneo. Vita dell’embrione, vita del feto, che prima erano materia del corpo femminile e che oggi mettono quel corpo sotto scacco.

    Non per caso in apertura del primo capitolo Duden pone una citazione dal commento al Genesi dell’Enciclopedia sefardita, in cui si mette in evidenza come  il nascituro stia nella pancia della madre  a mo’ di un chicco di riso ricurvo. Un tutt’uno cioè con quell’ambiente naturale da cui non può prescindere  in nessun momento della sua evoluzione. Materia, la creatura nel ventre, che da una parte era, in passato, scientificamente indefinibile, come quella che veniva espunta in un aborto e non si capiva bene che cosa fosse, dal’altra idea mitologica del un piccolo uomo già formato in quel ventre, che aspettava solo il momento di fuoriuscirne.

    Al centro della riflessione di Duden c’è dunque l’idea della progressiva perdita della percezione e del senso del corpo, che è anche in qualche misura perdita della naturalità corporea,  di qualcosa che ha molto a che fare con la natura, qualcosa di totalizzante nell’esperienza del corpo, prima che la moderna medicalizzazione, le tecniche invasive, gli strumenti visivi avessero la meglio.

    Del corpo si possono raccontare due storie, dice Duden, una di superficie, che deriva dallo sguardo (medico, artistico, religioso) e fa conto di quello che è esterno alla carne, e una del sentire e dell’intuire ciò che è sotto la pelle, ciò che si muove nell’oscurità del sottopelle. Le donne si sentivano, avvertivano col tatto che qualcosa accadeva sotto la pelle, all’interno del loro corpo, e ciò provocava un sentimento di turbamento, annunciava il tempo dell’attesa. Il nascituro nel passato faceva parte dell’occulto. Era mistero e misteriosa attesa di qualcosa che alla fine sarebbe venuto.

    Era questa – cioè la maternità –  l’esperienza fondamentale del  corpo femminile. Ed era anche l’esperienza fondamentale  di ogni esistenza femminile, che poteva ripetersi non poche volte nella loro vita. Centralità della maternità come esperienza consustanziale all’essere corpo di donna, che sarebbe da  sottoporre contestualmente anche  a un’analisi diacronica e sincronica delle condizioni storiche sociali, antropologico-culturali, del peso delle relazioni familiari, dell’ordine patriarcale nel suo complesso. E altro: storia del parto e storia delle pratiche abortive. Storia delle morti per parto e per nascita. Storia complessa quella della maternità su cui  “Il Corpo delle donne come luogo pubblico” mette in luce soltanto l’ aspetto delle trasformazioni di senso subite dal corpo in seguito allo sviluppo delle tecnologie.  Mai come come oggi sarebbe necessaria una seria riflessione su queste problematiche  con le analisi di tipo  intersezionale: classe, etnos, cultura e altro che la dimensione globale e globalizzata del mondo e  delle nostre vite rende necessaria.

    C’è, per Duden, una storia del corpo prima dello stetoscopio, dei raggi X, dei metodi biochimici,  dei test ormonali, dell’ecografia e tutto il resto, e c’è una storia del dopo. Alla prima storia corrisponde un’intimità femminile col proprio corpo, alla seconda corrisponde un’invasione strumentale di tipo fallocratico degli uomini per la conoscenza di quel corpo. Le tecnologie hanno comunque  cambiato la scena – la nostra scena di riferimento, voglio sottolineare anche su altri terreni. Mortalità, per esempio.La potenza del vedere – tecnicalità  fallocratica dice Duden – si è affermata con sempre maggiore potenza invadendo illimitatamente il corpo femminile  e questa invadenza  ha fatto sì che prendesse forma e si affermasse in autonomia, rispetto al corpo materno, il feto.

    Lo zigote si è configurato come persona, cosa che prima non era neanche per la Chiesa.  E’ il nuovo soggetto giuridico, frutto di un processo di biologizzazione del pensiero giuridico, sottolinea Duden. “Subjectum nostri temporis”, creato artificialmente, diffuso dai media e ingoiato dalle donne senza fiatare, dirà anni dopo l’autrice in un’intervista rilasciata in occasione della presentazione del suo  libro “I geni in testa, il fetus nel ventre”. La fallocratica potenza della strumentazione visiva contro l’attitudine femminile al tatto, al percepire i movimenti dentro il proprio corpo: questo il nucleo del ragionamento.

    Le femministe  tedesche hanno descritto negli anni Ottanta il crescente potere che il “vermicello dalla grossa testa” si andava guadagnando nell’arena pubblica, accattivandosi la simpatia crescente della gente, come era successo  con il bambino etiope con il ventre gonfio a causa della fame. In tal modo. Nello stesso tempo la discussione sull’aborto in Germania doveva fare i conto con il contrattacco dei cattolici.

    Da qui nasce quello che Duden definisce il conflitto morale tra la donna e l’embrione. La fallocratica potenza della strumentazione visiva ha stravolto  la storia delle donne e la loro specifica capacità di rapporto col corpo.

    Tutto vero ma il ritorno al corpo in quanto un prima incontaminato non è certo la via di fuga desiderabile.

    Il corpo ha alimentato pensiero e passione femminista, in molte e diverse direzioni. Basti pensare al bellissimo saggio scritto da Luce Irigaray  e raccolto in “Questo sesso che non è un sesso”, relativo all’economia scopica dominante del regime fallocratico, alla quale Irigary contrappone invece la femminilità dell’attitudine al tatto, la morbidezza tatticamente erotica della stessa conformazione del sesso femminile .

    E basti pensare  all’attenzione sulla maternità come terreno di conflitto sessuale tra donne e uomini o di smemoratezza maschile dell’origine. Un tema costante, ricorrente, denso di molte e complesse problematiche

    Significativo l’ultimo libro di Nadia Filippini “Generare, partorire, nascere” in cui Filippini evoca come sfida del nuovo secolo proprio la difesa della maternità, perché, dice l’autrice, siamo a una svolta epocale che sta cambiando tutto ciò che è relativo ai campi di indagine che definiscono il titolo del libro. Maternità, nascita ma anche paternità. Trento docet: è in questione l’impalcatura della nostra cultura occidentale, scrive Filippini. Ma tutto è in realtà è oggi in questione.

    Tema antico del femminismo, quello dell’impalcatura, che è poi quello delle origini. Ne parla nel suo libro “La Passione del corpo” del 2001 Lea Melandri, sottolineando il configurarsi di una contesa tra i sessi che ha come oggetto il potere riproduttivo, quel potere di creare la vita che è sembrato all’origine una prerogativa femminile  e che l’uomo ha cercato di spostare su di sé fin dall’inizio, imponendo la genealogia maschile del nome e oggi agendo sulla potenza della tecnologia.

    Ne parlano Maria Luisa Boccia e Gazia Zuffa nel libro “L’eclissi della madre”.  L’uso metonimico della parola eclissi – la madre sparisce alla nostra vista oscurata  dalle bioscienze, come il sole sparisce coperto dalla luna, dice Boccia in un’intervista – segnala soprattutto un limite maschile – è sempre Boccia che parla –  una insipienza di fondo rispetto al punto di saper nominare oggi la madre. La madre, il posto della madre nella civiltà, nella storia, nell’istituzione delle forme del potere, nell’esperienza, nella vita, l’ha data l’uomo: dall’invenzione dei miti, alla filosofia, alla scienza,alla medicina. Ma oggi la madre, nel discorso discorso delle bioscienze, non si trova più: si parla di genitori, si parla di diritto genitoriale in modo interscambiabile, di diritto alla genitorialità, di diritto alla vita come indisponibile. Le donne in tutto questo come entrano? Questo non vuol dire che la madre non ci sia più, sottolinea Boccia, ma che  qualcosa si è frapposto e l’oscura. Il discorso sulle tecnologie fa buio sulla donna, che non può più essere  neanche nominata, mentre si parla di diritto dei genitori indifferentemente, maternità surrogata, riproduzione. Il buio sulla figura materna è un buio più di fondo che oscura l’epoca che viviamo? E’ una domanda con cui fare i conti.

    Sono d’accordo con Maria Luisa su un altro aspetto che lei segnala a questo proposito, sottolineando come questa smemoratezza maschile, questo oscuramento della madre, sia anche segno della crisi del maschile. Crisi e confusione, e venir meno della autorità maschile e dell’incapacità degli uomini di fare i conti con un mondo ormai così diverso dall’antico patriarcato.  In questo io vedo però  anche l’incapacità o la inadeguata capacità femminile di stare ai giganteschi processi di cambiamento che viviamo, e  vedo sconnessioni di conoscenza e di riflessione rispetto ai cambiamenti che la libertà femminile ha prodotto. Da questo punto di vista osservo e seguo con interesse le dinamiche nuove di resistenza, ricerca politica, soggettivazione che sono in atto tra le donne, i modi in cui Non Una di Meno è stata capace di costruire un’inedita piattaforma così segnata dalle istanze liberatorie della contemporaneità. Segnali, forse solo segnali, ma a mio avviso importanti.

    Come cogliere il passaggio che viviamo per quello che è, senza nostalgie di certezze che pensavamo essere tali e invece appaiono ormai declinanti o obsolete? E come misurarci audacemente – come spesso le donne hanno saputo fare e fanno nei tornanti del cambiamento – con gli spostamenti e le dissoluzioni di senso che la contemporaneità comporta? E, ancora, come mettere in chiaro e farci i conti con le aporie che ci portiamo appresso dal patriarcato, di cui siamo state  affossatrici, ma di cui siamo anche eredi? E come misurarci con l’idea della  maternità come condizione consustanziale dell’essere donna,  per non dire inaggirabile natura dell’essere donna, che il dibattito sulle “origini” presuppone? Qui stanno, a mio giudizio, le radici di quel modo di intendere la maternità che si carica continuamente di richiami ancestrali, prescindendo dalla concreta esperienza di ogni donna e dai modi in cui  maternità si vive prevalentemente oggi, nell’epoca di generazioni di donne che non condividono più nulla o quasi di quello che era ancora il contesto antropologico, sociale e simbolico della modernità borghese ottocento primo novecento, il periodo di quel “in nome del Padre”, che il femminismo radicale metteva radicalmente in discussione, salvando però – come non poteva non essere allora –  l’unicità del corpo materno, l’unicità dell’esperienza materna, l’unicità di tutto ciò che a ciò avesse attinenza. Mater semper certa. E se l’essenza del valore dell’essere donna non era più confinata nel destino della maternità, la maternità continuava a essere l’esperienza completa e complessiva che la storia ci consegnava. Quella insomma che le biotecnologie hanno messo radicalmente in discussione e le nuove generazioni affrontano, partendo dal loro mondo, che si fonda su un rapporto forse meno problematico – non lo so però, e mi piacerebbe capirlo meglio – con gli sconfinamenti pratici, sentimentali, psichici che le biotecnologie producono e che forse più facilmente – rispetto alle generazioni  più legate al passato – le nuove generazioni sono in grado di rielaborare. O saranno in grado.  il che chiama in causa anche noi.

    Ancora Trento docet: è in questione l’impalcatura della nostra cultura occidentale’. questo concetto ritorna   in molte variazioni..

    Come si configura, ho letto,  una genitorialità che non sia né adottiva né biologica. Che figura terza è questo padre? Su che cosa si fonda la sua paternità?

    Io mi sento di dire semplicemente: si fonda sulle trasformazioni antropologico-culturali della nostra epoca, sulle sconnessioni sentimentali e le riconnessioni che sono tipiche dell’epoca di transizioni che viviamo. Sul rinnovato significato delle relazioni paterne e materne. Sulla performatività dei corpi messi a confronto con i mutamenti del mondo.

    Muraro ci allerta sul passaggio dall’etero-patriarcato all’omo-patriarcato. E’ una tesi anche questa, importante perché di una donna importante della storia femminista. Personalmente penso che non ci aiuti.

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  • Referendum costituzionale: le ragioni del mio NO, Prima nota

    C’è innanzitutto una questione di metodo, nella mia decisione di votare No. perché il metodo fa sempre la differenza, soprattutto quando si tratta della Costituzione, cioè della legge fondamentale, non una tra tante, ma quella che ha il compito di offrire uno spazio in comune, di vita, esistenza, lavoro, futuro e tutto il resto, a gente che è e la pensa diversamente per tanti motivi che sappiamo e che l’articolo 3 della medesima legge fondamentale sintetizza con estrema chiarezza. Questo significa che la Costituzione è un bene che appartiene al popolo sovrano o, diciamo meglio, dovrebbe appartenere esclusivamente a quel tipo di potere sovrano, secondo modalità di esercizio che sono stabilite dalla stessa Carta (art.1, secondo comma).

    Oggi però è sempre meno così, sempre più le decisioni che contano per la nostra vita in comune sfuggono alla possibilità di gran parte del popolo di contare. Quindi la battaglia per il no è per me un ‘occasione importante per chiarire questo aspetto e cercar di rimettere un po’ in ordine le cose. Per affermare che la Costituzione non è a disposizione di un potere esecutivo come il governo, che la modifica a suo piacimento, e neanche del Presidente della Repubblica, il quale può, se lo ritiene opportuno. offrire suggerimenti, indicazioni, dosi piccole o grandi di moral suasion ma non prendere il bastone del comando. Si tratta semplicemente ma densamente insieme, di materia parlamentare. Ovviamente non nel senso che il Parlamento alla fine vota, come se fosse un ufficio notarile che mette il bollo a qualche documento. Ma nel senso che soltanto il Parlamento, come istituzione che rappresenta la sovranità del popolo, può assumersi la responsabilità di operare il cambiamento. Come assemblea e non come è successo, come una maggioranza obbligata a obbedire alle ingiunzioni governative di stare a un testo di modifica proposto dallo stesso governo.Altrimenti tutti a casa.

    Ci sono state modifiche apportate dalle commissioni, dicono gli sponsor del sì, soprattutto quelli di tipo governativo. che ripetono il mantra del governo medesimo e non se ne scostano. Ci sono state certo, come un po’ di belletto sulla bruttezza dell’azione. e si è trattato sempre di minuzie accolte per gentile concessione governativa.

    Il nuovo testo costituzionale modifica ben 47 articoli della Costituzione per completa iniziativa del governo, anzi, per meglio dire, per atto di autorità del capo del governo e per voto finale di una maggioranza parlamentare obbligata al voto, che ha spaccato l’assemblea. E’ questa stessa modalità del procedere che allarma. Tutto pur di realizzare l’obiettivo significa che c’è nella testa di chi si muove così e ha in mano il governo del Paese l’idea di avere nelle mani un potere speciale, un super potere che può non tener conto delle regole pensate per cercare di tenere insieme non solo quelli che la pensano al modo del governo in carica ma l’insieme di un Paese, di una comunità di persone che. al di là di come ognuno la pensa politicamente su tutto, condivide però l’dea di una sistema democratico fatto in modo di inibire la concentrazione dei poteri e lo svuotamento delle assemblee elettive. In primis il Parlamento nazionale .

    Questa e le altre note a seguire sono riprese da Commo, dove sono state pubblicate tra settembre e ottobre 3016. Questa porta la data del 21 settembre

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  • Tracce algoritmiche su Facebook 22/11/2016

    Se un adolescente muore suicida a Roma per aver subito atti di bullismo, presa in giro, umiliazione da parte dei suoi compagni di scuola, semplicemente per essere quello che è; se non riesce più a stare al mondo per aver subito per mesi e mesi, anche sulla rete, il disprezzo dei coetanei verso i suoi desideri, sogni, tensioni umane; se non trova più luoghi in cui possa riconoscersi e stare bene con se stesso, anche a causa della stupidità e miseria umana degli adulti, incapaci di misurarsi con la sua differenza e farne occasione di civilizzazione delle relazioni umane, in quella decisiva, delicatissima età che è l’adolescenza; se la crosta del conformismo istituzionale non apre il cuore e l’intelligenza di chi nella scuola dovrebbe aiutare ragazze e ragazzi a diventare cittadini consapevoli dei propri diritti, a partire da ciò che sono, e difendendoli da tutto ciò che ne lede la dignità e l’autostima; se alla fine le cose vanno come vanno, c’è solo da avere chiaro che il ritardo nell’approvazione della legge sull’omofobia e l’assurdo dibattito che l’ha accompagnata non sono la causa ma gli esiti di un’idea del mondo e dell’umanità, di scale di valori e ortodossie, parole di potere o parole di complicità che uccidono. “Nel partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo”.(Cassano “L’umiltà del male”). Conformismi, complicità, silenzi e bugie, indifferenze non solo bullismo e violenza fanno parte di questa fragilità, dove il male attecchisce e il bene soccombe.


    Un abbraccio a questo ragazzo che non ce l’ha fatta nella sua partita con la vita. Non ne conosco il nome ma vorrei che la sua storia non si riducesse a cronaca o dato statistico.

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  • Ma come è possibile che sia accaduto?

    Ciò che non è previsto spesso all’improvviso  succede, e allora  accade che l’inaspettato generi  stupore, lasci attoniti e senza parole. Ed è su questo generale stupore per la vittoria di Donald Trump  che la maggiore attenzione andrebbe posta oggi, perché è il segnale di uno scollamento già in atto da tempo, quanto mai  corrosivo – anche in Italia e in Europa – di quel che rimane degli assetti e delle regole democratiche.

    Leggendo gli editoriali  di molti importanti quotidiani statunitensi, il giorno dopo il fatidico 4 dicembre, lo stupore appariva il sentimento prevalente di ispirazione di chi aveva scritto della vittoria a presidente degli Stati Uniti  dell’outsider Donald Trump.

    Il Wall Street Journal parlava di terremoto e sottolineava che nulla di peggio poteva succedere. Il New York Times puntava ad analizzare l’incredibile scacco subito dal sistema mediatico, dagli istituti di sondaggio, dal gruppo dirigente democratico. Non c’è scampo, è successo un disastro, veniva sottolineato un po’ ovunque. Un’ondata si è scatenata per opera degli elettori delle zone rurali e della rult best, deindustrializzata e furibonda per essere stata da troppo tempo abbandonata.  Da una costa all’altra degli Stati Uniti i commenti si rincorrevano, mettendo il risalto il cambio di passo, l’ira rancorosa dell’elettorato bianco lavoratore, le rischiose complicazioni che sorgeranno  tra non poco tra gli Usa e gli alleati occidentali.  Usa Today ricordava che Trump, in qualità di Comandante supremo, avrà accesso ai codici nucleari, mentre il New York Post ne metteva in evidenza la spiazzante mossa  di occupare la scena pubblica a mo’ di parodico punk, senza freni né regole di comportamento, e così via a seguire, il Los Angeles Times, il Chicago Tribune, il Boston Globe.

    E poi ha fatto la sua parte in commedia anche l’italiana Giovanna Botteri, da molti anni inviata negli Usa del quotidiano La Repubblica, la cui stupefatta incredulità si è manifestata nella stupefacente  osservazione che se tutti i media erano contro Trump, persino i giornali repubblicani e neanche così sono riusciti a sconfiggerlo,c’è da chiedersi allora che cosa possa succedere al mondo se i massa media perdono il loro potere di influenzare le masse.Stupefacente osservazione non per la cosa che ha detto ovviamente – che è ciò che pensano i fautori e i servant  dell’ordine costituito, rispetto al quale il grande circo mediatico gioca più o meno ovunque il decisivo ruolo di primo servant – ma per aver perso così clamorosamente la bussola professionale del tenere celati  all’opinione pubblica gli aspetti più smaccati della manipolazione mediatica.

    Ma, è bene ricordare, il regista Michael Moore  aveva invece colto nel segno,  ipotizzando una possibile vittoria di Trump, e con mesi d’anticipo, anche quando le statistiche davano  Clinton in notevole e sicuro vantaggio. E, io penso,   questo è avvenuto non certo per capacità divinatoria del medesimo Moore.

    Stupore e sconcerto si sono manifestati anche  in gran parte dell’Europa, soprattutto quella del meanstream bruxellese, e stupore e quasi ribrezzo sono risuonati nelle parole del presidente della Commissionee  Juncker , che senza mezzi termini e senza nessuna cautela diplomatica ha mandato a quel paese il vincitore americano. Nello stesso tempo qua e là, in articoli, commenti, prese di posizione politiche, si è giù avvertito l’ avvio gattopardesco di un cambio di passo nell’interpretazione di quello che è successo negli Usa,  di come siano messe le cose anche in Europa e soprattutto di come  potrà tutto questo evolvere, vista anche l’imminenza di importanti elezioni in decisivi Paesi dell’Ue, Francia e Germania in particolare.  L’ inaspettato cambio di passo degli Usa,  che resta la prima e ancora decisiva potenza del mondo, allarma ovviamente le élites europee, perché le tocca da vicino e mette in discussione anche in Europa le forme date dall’establishment, la stabilità di un sistema politico tutt’altro che solido, per lo più ancora nelle mani dei vecchi e sempre più indistinguibili partiti del novecento,  impegnati senza appunto sostanziali differenze tra loro, a sostenere le note politiche economiche europee ma già messi sotto scacco da macrofenomeni di rottura del quadro tradizionale. Brexit in primis e soprattutto la drammatica  questione migranti che divide e disarticola le politiche dei vari Stati. L’allarme in Europa è insomma rivolto per il momento  soprattutto verso aspetti che toccano il potere, la governance, i rapporti di forza tra i gruppi di potere, e, per quello che riguarda l’Italia, i rapporti tra Roma e Bruxelles, con Renzi che fa la mossa demagogica di togliere la bandiera europea dal suo studio, lasciando solo quella nazionale.

    Rischiano invece di passare rapidamente in secondo piano e di non essere adeguatamente e tempestivamente contrastati  gli  elementi di tossicità culturale e politica che la campagna di Turmp ha diffuso e la sua consacrazione popolare alla Casa Bianca diffonderà ancora di più. Il nuovo presidente non farà tutto quello che ha minacciato, per esempio verso le minoranze? E’ probabile, ma sicuramente farà anche troppo e lascerà un segno velenoso,  rispetto a una situazione di cui i risultati elettorali mettono in grande evidenza le profonde fratture antropologico culturali, geografiche,  sentimentali etniche, oltre che sociali. Per non parlare del revanscismo misogino e vetero patriarcale di cui la campagna di Trump era imbevuta e che non ha spaventato anzi ha sollecitato in misura non piccola la complicità elettorale di settori femminili non piccoli.

    Il trumpismo diventa intanto la nuova categoria interpretativa della politica e nuove filiere narrative si affastellano a opera di solerti interpreti che fino a ieri non avevano degnato di nessuna attenzioni fatti e posizioni che, a partire dall’Europa e dall’Italia, già contenevano elementi che avrebbero dovuto attirare attenzione e essere centrali nelle preoccupazioni dei  partiti e del loro sistema politico. E il punto è proprio questo, perché, come ha detto subito Judith Butler – e come da tempopeer altro  andava detto – non era affatto chiaro – prima della vittoria di Trump –  quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi – di certi settori di maschi bianchi, aggiungo, quelli  prevalenti negli stati del medwest- contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, e “quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione a causa delle varie forme di spossessamento economico e quanto eccitante potesse apparire l’idea di nuove misure di isolamento protezionistico, di nuovi muri e di nuove forme di  bellicosità nazionalista.”

    Assonanze con quanto succede in Europa.

    Trasformazioni profonde che sono avvenute negli ultimi decenni  e hanno modificato profondamente i rapporti relazionali – orizzontali e verticali- nei grandi bacini elettorali e, soprattutto, i rapporti tra il popolo e i partiti, quelli di tipo democratico, progressiste, di sinistra soprattutto.

    È successo, a farla breve – scrive, in una bella analisi pubblicata sul blog Giap,  l’italiana Valentina Fulginiti, che insegna in un’università del nord est degli Stati Uniti – che la sinistra (tutta: quella radicale e quella moderata) si è lasciata rubare il semantema della classe operaia. E il principale artefice di questo disastro culturale e politico è stato proprio il clintonismo (così come le varie declinazioni del centrosinistra europeo), nell’illusione che tutti fossero diventati ricchi di colpo grazie all’esplodere dell’economia dot.com e del terziario globale. In questo vuoto si sono fatte strada le narrazioni tossiche, la nostalgia, la paura della complessità, la xenofobia, il razzismo, il discorso esclusivo dei suprematisti bianchi e dell’integralismo cristiano.”

    Roba che conosciamo bene anche noi, per diretta esperienza.

     

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  • Referendum costituzionale prima nota #IovotoNO

    C’è innanzitutto una questione di metodo, nella mia decisione di votare No. perché il metodo fa sempre la differenza, soprattutto quando si tratta della Costituzione, cioè della legge fondamentale, non una tra tante, ma quella che ha il compito di offrire uno spazio in comune, di vita, esistenza, lavoro, futuro e tutto il resto, a gente che è e la pensa diversamente per tanti motivi che sappiamo e che l’articolo 3 della medesima legge fondamentale sintetizza con estrema chiarezza. Questo significa che la Costituzione è un bene che appartiene al popolo sovrano o, diciamo meglio, dovrebbe appartenere esclusivamente a quel tipo di potere sovrano, secondo modalità di esercizio che sono stabilite dalla stessa Carta (art.1, secondo comma).

    Oggi però è sempre meno così, sempre più le decisioni che contano per la nostra vita in comune sfuggono alla possibilità di gran parte del popolo di contare. Quindi la battaglia per il no è per me un ‘occasione importante per chiarire questo aspetto e cercar di rimettere un po’ in ordine le cose. Per affermare che la Costituzione non è a disposizione di un potere esecutivo come il governo, che la modifica a suo piacimento, e neanche del Presidente della Repubblica, il quale può, se lo ritiene opportuno. offrire suggerimenti, indicazioni, dosi piccole o grandi di moral suasion ma non prendere il bastone del comando. Si tratta semplicemente ma densamente insieme, di materia parlamentare. Ovviamente non nel senso che il Parlamento alla fine vota, come se fosse un ufficio notarile che mette il bollo a qualche documento. Ma nel senso che soltanto il Parlamento, come istituzione che rappresenta la sovranità del popolo può assumersi la responsabilità di operare il cambiamento. Come assemblea e non come è successo, come una maggioranza obbligata a obbedire alle ingiunzioni governative di stare a un testo di modifica proposto dallo stesso governo.Altrimenti tutti a casa.

    Ci sono state modifiche apportate dalle commissioni, dicono gli sponsor del sì, soprattutto quelli di tipo governativo. che ripetono il mantra del governo medesimo e non se ne scostano. Ci sono state certo, come un po’ di belletto sulla bruttezza dell’azione. e si è trattato sempre di minuzie accolte per gentile concessione governativa. Il nuovo testo costituzionale modifica ben 47 articoli della Costituzione per completa iniziativa del governo, anzi, per meglio dire, per atto di autorità del capo del governo e per voto finale di una maggioranza parlamentare obbligata al voto, che ha spaccato l’assemblea. E’ questa stessa modalità del procedere che allarma. Tutto pur di realizzare l’obiettivo significa che c’è nella testa di chi si muove così e ha in mano il governo del Paese l’idea di avere nelle mani un potere speciale, un super potere che può non tener conto delle regole pensate per cercare di tenere insieme non solo quelli che la pensano al modo del governo in carica ma l’insieme di un Paese, di una comunità di persone che. al di là di come ognuno la pensa politicamente su tutto, condivide però l’dea di una sistema democratico fatto in modo di inibire la concentrazione dei poteri e lo svuotamento delle assemblee elettive. In primis il Parlamento nazionale .

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  • A rebours della riforma costituzionale

    27 settembre 2015 ·

     La ministra delle riforme costituzionali

    Dice Maria Elena Boschi, ministra a modo suo delle riforme costituzionali – le scrivo in minuscolo perché, appunto, a modo suo – che un solo senatore non può bloccare il Senato. Lei lo dice con la sicumera tipica di chi ha studiato alla Leopolda, la scuola innovativa del fare in fretta e del lasciar stare gli approfondimenti, infischiarsene delle regole vigenti – tanto dobbiamo cambiare tutto noi – delle procedure e delle anticaglie del genere, che non fanno altro che bloccare il Paese e “gli italiani invece stanno anima e cuore con noi”.

    Allora sempre avanti, in modo apodittico e definitivo, tipo un ipse dixit di antica memoria. Ma non c’è nessun regolamento del Senato che vieti quello che il senatore Calderoli sta facendo contro la riforma costituzionale: non so che numero strabocchevole di emendamenti. E la natura del mandato parlamentare non prevedi simili limiti, soprattutto se di fonte governativa. Che Calderali sia senatore e soprattutto vicepresidente del Senato a me fa venire l’orticaria ma è per altre vicende, quelle sì in contrasto con parcchei cose. Ma visto che il Senato su quelle faccende ha votato come ha votato, nulla osta che Calderoli continui a fare il senatore, visto che sta là per fare questo. Stando al regolamento del Senato, nella sua funzione di arbitro supra partes, il Presidente del Senato Grasso può aggirare l’ostacolo dei milioni di emendamenti, attivare il dispositivo che sgombra la strada al voto finale e dare così il via all’obbrobrio costituzionale a cui Boschi e il suo premier tengono tanto. Finirà così, Grasso sta soltanto tirando la corda per mettere in scena qualcosa che ha che vedere con una pallida simulazione della divisione dei poteri. Governo e Parlamento e natura parlamentare e non governativa della materia costituzionale, aspetto questo che alla scuola della Leopolda forse non hanno proprio affrontato.O forse sì, dal lato del come menare grandi colpi per annientare le regole di ispirazione costituzionale in materia e imporre l’ordine della Leopolda.
    Non si capisce, quando parla Boschi o qualcuno del giro stretto, se si tratti di ansia da prestazione, o ignoranza della materia. Sono rimasta basita quando Serracchiani, vice di Renzi in funzione di segretario del partito, e governatora del Friuli Venezia Giulia, se n’è uscita con l’esortazione a Grasso – seconda carica dell Stato eh! – affinché si ricordii chi l’ha messo là e non faccia storie di fronte alla richieste del grande capo. Roba da matti, veramente. Infine non si capisce se si tratti di vera e propria – e quindi pericolosa – vocazione autoritaria di scuola leopoldiana. O tutte le cose isieme. In ogni caso una minestra indigeribile. Con in più gli occhioni e il blablare toscano di Maria Elena, che va spedito come uno scioglilingua, a farci compagnia e guida e illuminazione costituzionale. Da stramazzo, davvero!!! Semplicemente da stramazzo per terra. Ma anche da pericolo derivante dalla deriva psicologica e politica che spinge a non capire bene la partita che si sta giocando da noi, perché la stagione post democratica apparentemente così soft che viviamo – materia molto da discutere – può avere anche torsioni che sarebbe davvero meglio che non avesse.

    Perché l’assuefazione muta l’intelletto e l’anima, annebbia la memoria, isola li portatori e le portatrici di critiche a come vanno le cose. Viene detto che ci sia in atto un mutamento antropologico del partito di Renzi, una volta Pd e ora il fritto misto del carro del vincitore. Ok, anch’io la penso così. Ma non che che il resto intorno a quel fritto misto non muti anch’esso o non si adegui nella stessa direzione.

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  • Fertility Day, ovvero il fantasma dell’appartenenza bianca inepoca di crisi

    Ho partecipato,questa mattina, al chiassoso e ben riuscito presidio che gruppi e associazioni di giovani, ragazze e ragazzi, hanno organizzato in prossimità del palazzo che ospitava il convegno intitolato all’obbrobrioso Fertility Day. C’erano anche alcuni parlamentari di Sinistra italiana, che voglio nominare – Celeste Costantino, Giovanni Paglia e Arturo Scotto, che è anche il capogruppo – perché soltanto da quella parte politica sono state pronunciate parole molto critiche nei confronti della ministra e sono stati compiuti alcuni passaggi istituzionali, soprattutto una mozione di biasimo, subito depositata, perché per la richiesta di dimissioni SI non ha firme sufficienti. La vicenda del Fertility day deve diventare almeno materia di una seria discussione parlamentare, se non ci saranno altri parlamentari che vogliano condividere una mozione di sfiducia con Sinistra italiana. L’ “oltre ogni decenza”, che ha caratterizzato l’iniziativa di Lorenzin sull’intera faccenda, non può passare sotto silenzio e lo stesso capo del governo dovrebbe essere chiamato a renderne conto e anche rendere conto di suo, di quel totale far finta di niente che lo ha caratterizzato, continuando a tenersi un personaggio così connotato al governo. E’ una pratica ormai consolidata con il raggruppamento di Angelino Alfano, l’indispensabile stampella del governo.

    Soprattutto nella fase di confronto referendario – con lo stesso Renzi e i sostenitori del “si” che sostengono che la riforma non lede i principi fondamentali della Carta – c’è qualcosa da mettere in chiaro e di cui chiedere conto a Renzi, oltre che a Lorenzin. La riforma, lo sappiamo, depotenzia fino all’ esaurimento quei principi, e molto è stato detto per dimostrarlo. Ma ora Renzi, con la ministra al seguito, è in patente contraddizione con se stesso, visto che tutta la grancassa pubblicitaria sul giorno della fertilità è fondata sulla discriminazione tra i buoni e i”cattivi”, “compagni” per giunta – anche la scelta di questa parola dice molto – e su un’idea neanche tanto nascosta di funzione etica dello Stato. Tutto questo viola proprio i principi fondamentali della prima parte della Costituzione. Bisogna mettere questo aspetto al centro, chiarire la scia velenosa che certi messaggi contengono. Messaggi che, se non contrastati a fondo e decisamente, abituano a banalizzare tutto, facilitando il fatto che l’opinione pubblica conviva con la continua erosione del senso profondo degli stessi principi costituzionali.

    Tutta la vicenda non è ovviamente frutto di noncuranza, distrazione, incompetenza della ministra o del suo staff. Come Lorenzin, con notevole faccia tosta, invece ribadisce. Niente succede per caso, soprattutto in casi come questo. Basta leggere il curriculum vitae della consulente della ministra per i temi eticamente sensibili, Assuntina Morresi, che ha un blog intitolato “Stracristiano” ed è legata ai settori più integralisti del mondo cattolico. La sua consulenza non a caso si ispira a un rigoroso non licet per tutte le forme di affermazione soggettiva delle donne rispetto al proprio corpo: dall’aborto a tutto. Basta la sacra famiglia rigorosamente “naturale”.

    Viviamo una pericolosa transizione della storia occidentale, che ogni giorno, per le ragioni che sappiamo, e per la forza moltiplicativa che esse hanno, si affolla dei fantasmi del nostro passato. Così torna il richiamo all’ossessione identitaria, tornano le suggestioni e i richiami della xeno fobia e dell’odio del diverso da sé. E’ questa l’anima nera di quella crisi esistenziale dell’Europa di cui ha parlato il presidente della Commissione Juncker, nel suo ultimo, inutile discorso sullo stato dell’Unione. Inutile perché infiocchettato di promesse che non saranno mai mantenute e nessuna svolta positiva avrà luogo se altro non interverrà a cambiare le cose. Frontiere chiuse per non far passare profughi e migranti, ansia securitaria, paura che la stirpe di appartenenza e il “nostri” valori vengano messi sotto scacco dagli invasori o perdano la loro autenticità. Il tutto mentre cresce un razzismo bianco sempre più dichiarato e teorizzato, che la frustrazione dei settori più deboli della società, quelli più ferocemente colpiti dalle politiche di austerità, rende potenzialmente esplosivo. L’aggressività nazionalistica in fasi come quella che viviamo è un tutt’uno con la stessa storia dell’Europa novecentesca, prima della finestra democratica che si aprì con la fine della seconda guerra mondiale, e che oggi appare in via di deperimento. Di questo parlano i successi delle formazioni politiche di estrema destra in giro per l’Europa. Per questo non è il caso di permettere che il Fertility day passi come un incidente di percorso di una ministra distratta o che tutto venga deviato soltanto o soprattutto sulla per altro sacrosanta richiesta di asili e altro. E’ il pretendere di dettare regole e stili di vita, è il simbolico del materiale iconografico,è il rifiuto di considerare la presenza di uomini e donne immigrate come una ricchezza è il richiamo sotterraneo che tutto questo comporta: qui sta il punto vero dell’intera faccenda.

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  • Muri di pietra

    MURI DI PIETRA — di Elettra Deiana

    In base a un accordo tra il governo del Regno unito e quello della Repubblica francese – Paesi simbolo dei valori e dei principi democratici di cui l’Europa si fa vanto – verrà innalzato, sulla strada che da Calais porta al tunnel sotterraneo per la Gran Bretagna, un muro di cemento armato lungo un chilometro per impedire ai profughi di raggiungere quel Paese. Un muro di cui, già da questo mese, la Gran Bretagna avvierà la costruzione. Questo a proprie spese e col particolare da sottolineare che la costruzione avverrà sul territorio di un altro Paese. L’Europa? Tace.
    Nel frattempo dagli esiti elettorali del voto di domenica 13 marzo svoltosi in tre länder tedeschi, l’Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD), partito populista di destra, vola alto, incassando risultati finora inimmaginabili, soprattutto nella Sassonia-Anhalt, uno dei länder della ex Germania dell’est dove è cresciuto in questi due anni Pegida, il movimento xenofobo e anti-islamista.
    Siamo a questo punto. Il rischio è quello di costruire soltanto l’Europa delle fortezze, dicevano i soliti gufi di allora. Ora siamo oltre. Veramente oltre.

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