• Referendum costituzionale: le ragioni del mio NO, Prima nota

    C’è innanzitutto una questione di metodo, nella mia decisione di votare No. perché il metodo fa sempre la differenza, soprattutto quando si tratta della Costituzione, cioè della legge fondamentale, non una tra tante, ma quella che ha il compito di offrire uno spazio in comune, di vita, esistenza, lavoro, futuro e tutto il resto, a gente che è e la pensa diversamente per tanti motivi che sappiamo e che l’articolo 3 della medesima legge fondamentale sintetizza con estrema chiarezza. Questo significa che la Costituzione è un bene che appartiene al popolo sovrano o, diciamo meglio, dovrebbe appartenere esclusivamente a quel tipo di potere sovrano, secondo modalità di esercizio che sono stabilite dalla stessa Carta (art.1, secondo comma).

    Oggi però è sempre meno così, sempre più le decisioni che contano per la nostra vita in comune sfuggono alla possibilità di gran parte del popolo di contare. Quindi la battaglia per il no è per me un ‘occasione importante per chiarire questo aspetto e cercar di rimettere un po’ in ordine le cose. Per affermare che la Costituzione non è a disposizione di un potere esecutivo come il governo, che la modifica a suo piacimento, e neanche del Presidente della Repubblica, il quale può, se lo ritiene opportuno. offrire suggerimenti, indicazioni, dosi piccole o grandi di moral suasion ma non prendere il bastone del comando. Si tratta semplicemente ma densamente insieme, di materia parlamentare. Ovviamente non nel senso che il Parlamento alla fine vota, come se fosse un ufficio notarile che mette il bollo a qualche documento. Ma nel senso che soltanto il Parlamento, come istituzione che rappresenta la sovranità del popolo, può assumersi la responsabilità di operare il cambiamento. Come assemblea e non come è successo, come una maggioranza obbligata a obbedire alle ingiunzioni governative di stare a un testo di modifica proposto dallo stesso governo.Altrimenti tutti a casa.

    Ci sono state modifiche apportate dalle commissioni, dicono gli sponsor del sì, soprattutto quelli di tipo governativo. che ripetono il mantra del governo medesimo e non se ne scostano. Ci sono state certo, come un po’ di belletto sulla bruttezza dell’azione. e si è trattato sempre di minuzie accolte per gentile concessione governativa.

    Il nuovo testo costituzionale modifica ben 47 articoli della Costituzione per completa iniziativa del governo, anzi, per meglio dire, per atto di autorità del capo del governo e per voto finale di una maggioranza parlamentare obbligata al voto, che ha spaccato l’assemblea. E’ questa stessa modalità del procedere che allarma. Tutto pur di realizzare l’obiettivo significa che c’è nella testa di chi si muove così e ha in mano il governo del Paese l’idea di avere nelle mani un potere speciale, un super potere che può non tener conto delle regole pensate per cercare di tenere insieme non solo quelli che la pensano al modo del governo in carica ma l’insieme di un Paese, di una comunità di persone che. al di là di come ognuno la pensa politicamente su tutto, condivide però l’dea di una sistema democratico fatto in modo di inibire la concentrazione dei poteri e lo svuotamento delle assemblee elettive. In primis il Parlamento nazionale .

    Questa e le altre note a seguire sono riprese da Commo, dove sono state pubblicate tra settembre e ottobre 3016. Questa porta la data del 21 settembre

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  • Tracce algoritmiche su Facebook 22/11/2016

    Se un adolescente muore suicida a Roma per aver subito atti di bullismo, presa in giro, umiliazione da parte dei suoi compagni di scuola, semplicemente per essere quello che è; se non riesce più a stare al mondo per aver subito per mesi e mesi, anche sulla rete, il disprezzo dei coetanei verso i suoi desideri, sogni, tensioni umane; se non trova più luoghi in cui possa riconoscersi e stare bene con se stesso, anche a causa della stupidità e miseria umana degli adulti, incapaci di misurarsi con la sua differenza e farne occasione di civilizzazione delle relazioni umane, in quella decisiva, delicatissima età che è l’adolescenza; se la crosta del conformismo istituzionale non apre il cuore e l’intelligenza di chi nella scuola dovrebbe aiutare ragazze e ragazzi a diventare cittadini consapevoli dei propri diritti, a partire da ciò che sono, e difendendoli da tutto ciò che ne lede la dignità e l’autostima; se alla fine le cose vanno come vanno, c’è solo da avere chiaro che il ritardo nell’approvazione della legge sull’omofobia e l’assurdo dibattito che l’ha accompagnata non sono la causa ma gli esiti di un’idea del mondo e dell’umanità, di scale di valori e ortodossie, parole di potere o parole di complicità che uccidono. “Nel partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo”.(Cassano “L’umiltà del male”). Conformismi, complicità, silenzi e bugie, indifferenze non solo bullismo e violenza fanno parte di questa fragilità, dove il male attecchisce e il bene soccombe.


    Un abbraccio a questo ragazzo che non ce l’ha fatta nella sua partita con la vita. Non ne conosco il nome ma vorrei che la sua storia non si riducesse a cronaca o dato statistico.

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  • Ma come è possibile che sia accaduto?

    Ciò che non è previsto spesso all’improvviso  succede, e allora  accade che l’inaspettato generi  stupore, lasci attoniti e senza parole. Ed è su questo generale stupore per la vittoria di Donald Trump  che la maggiore attenzione andrebbe posta oggi, perché è il segnale di uno scollamento già in atto da tempo, quanto mai  corrosivo – anche in Italia e in Europa – di quel che rimane degli assetti e delle regole democratiche.

    Leggendo gli editoriali  di molti importanti quotidiani statunitensi, il giorno dopo il fatidico 4 dicembre, lo stupore appariva il sentimento prevalente di ispirazione di chi aveva scritto della vittoria a presidente degli Stati Uniti  dell’outsider Donald Trump.

    Il Wall Street Journal parlava di terremoto e sottolineava che nulla di peggio poteva succedere. Il New York Times puntava ad analizzare l’incredibile scacco subito dal sistema mediatico, dagli istituti di sondaggio, dal gruppo dirigente democratico. Non c’è scampo, è successo un disastro, veniva sottolineato un po’ ovunque. Un’ondata si è scatenata per opera degli elettori delle zone rurali e della rult best, deindustrializzata e furibonda per essere stata da troppo tempo abbandonata.  Da una costa all’altra degli Stati Uniti i commenti si rincorrevano, mettendo il risalto il cambio di passo, l’ira rancorosa dell’elettorato bianco lavoratore, le rischiose complicazioni che sorgeranno  tra non poco tra gli Usa e gli alleati occidentali.  Usa Today ricordava che Trump, in qualità di Comandante supremo, avrà accesso ai codici nucleari, mentre il New York Post ne metteva in evidenza la spiazzante mossa  di occupare la scena pubblica a mo’ di parodico punk, senza freni né regole di comportamento, e così via a seguire, il Los Angeles Times, il Chicago Tribune, il Boston Globe.

    E poi ha fatto la sua parte in commedia anche l’italiana Giovanna Botteri, da molti anni inviata negli Usa del quotidiano La Repubblica, la cui stupefatta incredulità si è manifestata nella stupefacente  osservazione che se tutti i media erano contro Trump, persino i giornali repubblicani e neanche così sono riusciti a sconfiggerlo,c’è da chiedersi allora che cosa possa succedere al mondo se i massa media perdono il loro potere di influenzare le masse.Stupefacente osservazione non per la cosa che ha detto ovviamente – che è ciò che pensano i fautori e i servant  dell’ordine costituito, rispetto al quale il grande circo mediatico gioca più o meno ovunque il decisivo ruolo di primo servant – ma per aver perso così clamorosamente la bussola professionale del tenere celati  all’opinione pubblica gli aspetti più smaccati della manipolazione mediatica.

    Ma, è bene ricordare, il regista Michael Moore  aveva invece colto nel segno,  ipotizzando una possibile vittoria di Trump, e con mesi d’anticipo, anche quando le statistiche davano  Clinton in notevole e sicuro vantaggio. E, io penso,   questo è avvenuto non certo per capacità divinatoria del medesimo Moore.

    Stupore e sconcerto si sono manifestati anche  in gran parte dell’Europa, soprattutto quella del meanstream bruxellese, e stupore e quasi ribrezzo sono risuonati nelle parole del presidente della Commissionee  Juncker , che senza mezzi termini e senza nessuna cautela diplomatica ha mandato a quel paese il vincitore americano. Nello stesso tempo qua e là, in articoli, commenti, prese di posizione politiche, si è giù avvertito l’ avvio gattopardesco di un cambio di passo nell’interpretazione di quello che è successo negli Usa,  di come siano messe le cose anche in Europa e soprattutto di come  potrà tutto questo evolvere, vista anche l’imminenza di importanti elezioni in decisivi Paesi dell’Ue, Francia e Germania in particolare.  L’ inaspettato cambio di passo degli Usa,  che resta la prima e ancora decisiva potenza del mondo, allarma ovviamente le élites europee, perché le tocca da vicino e mette in discussione anche in Europa le forme date dall’establishment, la stabilità di un sistema politico tutt’altro che solido, per lo più ancora nelle mani dei vecchi e sempre più indistinguibili partiti del novecento,  impegnati senza appunto sostanziali differenze tra loro, a sostenere le note politiche economiche europee ma già messi sotto scacco da macrofenomeni di rottura del quadro tradizionale. Brexit in primis e soprattutto la drammatica  questione migranti che divide e disarticola le politiche dei vari Stati. L’allarme in Europa è insomma rivolto per il momento  soprattutto verso aspetti che toccano il potere, la governance, i rapporti di forza tra i gruppi di potere, e, per quello che riguarda l’Italia, i rapporti tra Roma e Bruxelles, con Renzi che fa la mossa demagogica di togliere la bandiera europea dal suo studio, lasciando solo quella nazionale.

    Rischiano invece di passare rapidamente in secondo piano e di non essere adeguatamente e tempestivamente contrastati  gli  elementi di tossicità culturale e politica che la campagna di Turmp ha diffuso e la sua consacrazione popolare alla Casa Bianca diffonderà ancora di più. Il nuovo presidente non farà tutto quello che ha minacciato, per esempio verso le minoranze? E’ probabile, ma sicuramente farà anche troppo e lascerà un segno velenoso,  rispetto a una situazione di cui i risultati elettorali mettono in grande evidenza le profonde fratture antropologico culturali, geografiche,  sentimentali etniche, oltre che sociali. Per non parlare del revanscismo misogino e vetero patriarcale di cui la campagna di Trump era imbevuta e che non ha spaventato anzi ha sollecitato in misura non piccola la complicità elettorale di settori femminili non piccoli.

    Il trumpismo diventa intanto la nuova categoria interpretativa della politica e nuove filiere narrative si affastellano a opera di solerti interpreti che fino a ieri non avevano degnato di nessuna attenzioni fatti e posizioni che, a partire dall’Europa e dall’Italia, già contenevano elementi che avrebbero dovuto attirare attenzione e essere centrali nelle preoccupazioni dei  partiti e del loro sistema politico. E il punto è proprio questo, perché, come ha detto subito Judith Butler – e come da tempopeer altro  andava detto – non era affatto chiaro – prima della vittoria di Trump –  quanto enorme fosse l’astio dei maschi bianchi – di certi settori di maschi bianchi, aggiungo, quelli  prevalenti negli stati del medwest- contro il femminismo e contro i vari movimenti per i diritti civili, e “quanto demoralizzati fossero ampi strati della popolazione a causa delle varie forme di spossessamento economico e quanto eccitante potesse apparire l’idea di nuove misure di isolamento protezionistico, di nuovi muri e di nuove forme di  bellicosità nazionalista.”

    Assonanze con quanto succede in Europa.

    Trasformazioni profonde che sono avvenute negli ultimi decenni  e hanno modificato profondamente i rapporti relazionali – orizzontali e verticali- nei grandi bacini elettorali e, soprattutto, i rapporti tra il popolo e i partiti, quelli di tipo democratico, progressiste, di sinistra soprattutto.

    È successo, a farla breve – scrive, in una bella analisi pubblicata sul blog Giap,  l’italiana Valentina Fulginiti, che insegna in un’università del nord est degli Stati Uniti – che la sinistra (tutta: quella radicale e quella moderata) si è lasciata rubare il semantema della classe operaia. E il principale artefice di questo disastro culturale e politico è stato proprio il clintonismo (così come le varie declinazioni del centrosinistra europeo), nell’illusione che tutti fossero diventati ricchi di colpo grazie all’esplodere dell’economia dot.com e del terziario globale. In questo vuoto si sono fatte strada le narrazioni tossiche, la nostalgia, la paura della complessità, la xenofobia, il razzismo, il discorso esclusivo dei suprematisti bianchi e dell’integralismo cristiano.”

    Roba che conosciamo bene anche noi, per diretta esperienza.

     

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  • Referendum costituzionale prima nota #IovotoNO

    C’è innanzitutto una questione di metodo, nella mia decisione di votare No. perché il metodo fa sempre la differenza, soprattutto quando si tratta della Costituzione, cioè della legge fondamentale, non una tra tante, ma quella che ha il compito di offrire uno spazio in comune, di vita, esistenza, lavoro, futuro e tutto il resto, a gente che è e la pensa diversamente per tanti motivi che sappiamo e che l’articolo 3 della medesima legge fondamentale sintetizza con estrema chiarezza. Questo significa che la Costituzione è un bene che appartiene al popolo sovrano o, diciamo meglio, dovrebbe appartenere esclusivamente a quel tipo di potere sovrano, secondo modalità di esercizio che sono stabilite dalla stessa Carta (art.1, secondo comma).

    Oggi però è sempre meno così, sempre più le decisioni che contano per la nostra vita in comune sfuggono alla possibilità di gran parte del popolo di contare. Quindi la battaglia per il no è per me un ‘occasione importante per chiarire questo aspetto e cercar di rimettere un po’ in ordine le cose. Per affermare che la Costituzione non è a disposizione di un potere esecutivo come il governo, che la modifica a suo piacimento, e neanche del Presidente della Repubblica, il quale può, se lo ritiene opportuno. offrire suggerimenti, indicazioni, dosi piccole o grandi di moral suasion ma non prendere il bastone del comando. Si tratta semplicemente ma densamente insieme, di materia parlamentare. Ovviamente non nel senso che il Parlamento alla fine vota, come se fosse un ufficio notarile che mette il bollo a qualche documento. Ma nel senso che soltanto il Parlamento, come istituzione che rappresenta la sovranità del popolo può assumersi la responsabilità di operare il cambiamento. Come assemblea e non come è successo, come una maggioranza obbligata a obbedire alle ingiunzioni governative di stare a un testo di modifica proposto dallo stesso governo.Altrimenti tutti a casa.

    Ci sono state modifiche apportate dalle commissioni, dicono gli sponsor del sì, soprattutto quelli di tipo governativo. che ripetono il mantra del governo medesimo e non se ne scostano. Ci sono state certo, come un po’ di belletto sulla bruttezza dell’azione. e si è trattato sempre di minuzie accolte per gentile concessione governativa. Il nuovo testo costituzionale modifica ben 47 articoli della Costituzione per completa iniziativa del governo, anzi, per meglio dire, per atto di autorità del capo del governo e per voto finale di una maggioranza parlamentare obbligata al voto, che ha spaccato l’assemblea. E’ questa stessa modalità del procedere che allarma. Tutto pur di realizzare l’obiettivo significa che c’è nella testa di chi si muove così e ha in mano il governo del Paese l’idea di avere nelle mani un potere speciale, un super potere che può non tener conto delle regole pensate per cercare di tenere insieme non solo quelli che la pensano al modo del governo in carica ma l’insieme di un Paese, di una comunità di persone che. al di là di come ognuno la pensa politicamente su tutto, condivide però l’dea di una sistema democratico fatto in modo di inibire la concentrazione dei poteri e lo svuotamento delle assemblee elettive. In primis il Parlamento nazionale .

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  • A rebours della riforma costituzionale

    27 settembre 2015 ·

     La ministra delle riforme costituzionali

    Dice Maria Elena Boschi, ministra a modo suo delle riforme costituzionali – le scrivo in minuscolo perché, appunto, a modo suo – che un solo senatore non può bloccare il Senato. Lei lo dice con la sicumera tipica di chi ha studiato alla Leopolda, la scuola innovativa del fare in fretta e del lasciar stare gli approfondimenti, infischiarsene delle regole vigenti – tanto dobbiamo cambiare tutto noi – delle procedure e delle anticaglie del genere, che non fanno altro che bloccare il Paese e “gli italiani invece stanno anima e cuore con noi”.

    Allora sempre avanti, in modo apodittico e definitivo, tipo un ipse dixit di antica memoria. Ma non c’è nessun regolamento del Senato che vieti quello che il senatore Calderoli sta facendo contro la riforma costituzionale: non so che numero strabocchevole di emendamenti. E la natura del mandato parlamentare non prevedi simili limiti, soprattutto se di fonte governativa. Che Calderali sia senatore e soprattutto vicepresidente del Senato a me fa venire l’orticaria ma è per altre vicende, quelle sì in contrasto con parcchei cose. Ma visto che il Senato su quelle faccende ha votato come ha votato, nulla osta che Calderoli continui a fare il senatore, visto che sta là per fare questo. Stando al regolamento del Senato, nella sua funzione di arbitro supra partes, il Presidente del Senato Grasso può aggirare l’ostacolo dei milioni di emendamenti, attivare il dispositivo che sgombra la strada al voto finale e dare così il via all’obbrobrio costituzionale a cui Boschi e il suo premier tengono tanto. Finirà così, Grasso sta soltanto tirando la corda per mettere in scena qualcosa che ha che vedere con una pallida simulazione della divisione dei poteri. Governo e Parlamento e natura parlamentare e non governativa della materia costituzionale, aspetto questo che alla scuola della Leopolda forse non hanno proprio affrontato.O forse sì, dal lato del come menare grandi colpi per annientare le regole di ispirazione costituzionale in materia e imporre l’ordine della Leopolda.
    Non si capisce, quando parla Boschi o qualcuno del giro stretto, se si tratti di ansia da prestazione, o ignoranza della materia. Sono rimasta basita quando Serracchiani, vice di Renzi in funzione di segretario del partito, e governatora del Friuli Venezia Giulia, se n’è uscita con l’esortazione a Grasso – seconda carica dell Stato eh! – affinché si ricordii chi l’ha messo là e non faccia storie di fronte alla richieste del grande capo. Roba da matti, veramente. Infine non si capisce se si tratti di vera e propria – e quindi pericolosa – vocazione autoritaria di scuola leopoldiana. O tutte le cose isieme. In ogni caso una minestra indigeribile. Con in più gli occhioni e il blablare toscano di Maria Elena, che va spedito come uno scioglilingua, a farci compagnia e guida e illuminazione costituzionale. Da stramazzo, davvero!!! Semplicemente da stramazzo per terra. Ma anche da pericolo derivante dalla deriva psicologica e politica che spinge a non capire bene la partita che si sta giocando da noi, perché la stagione post democratica apparentemente così soft che viviamo – materia molto da discutere – può avere anche torsioni che sarebbe davvero meglio che non avesse.

    Perché l’assuefazione muta l’intelletto e l’anima, annebbia la memoria, isola li portatori e le portatrici di critiche a come vanno le cose. Viene detto che ci sia in atto un mutamento antropologico del partito di Renzi, una volta Pd e ora il fritto misto del carro del vincitore. Ok, anch’io la penso così. Ma non che che il resto intorno a quel fritto misto non muti anch’esso o non si adegui nella stessa direzione.

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  • Fertility Day, ovvero il fantasma dell’appartenenza bianca inepoca di crisi

    Ho partecipato,questa mattina, al chiassoso e ben riuscito presidio che gruppi e associazioni di giovani, ragazze e ragazzi, hanno organizzato in prossimità del palazzo che ospitava il convegno intitolato all’obbrobrioso Fertility Day. C’erano anche alcuni parlamentari di Sinistra italiana, che voglio nominare – Celeste Costantino, Giovanni Paglia e Arturo Scotto, che è anche il capogruppo – perché soltanto da quella parte politica sono state pronunciate parole molto critiche nei confronti della ministra e sono stati compiuti alcuni passaggi istituzionali, soprattutto una mozione di biasimo, subito depositata, perché per la richiesta di dimissioni SI non ha firme sufficienti. La vicenda del Fertility day deve diventare almeno materia di una seria discussione parlamentare, se non ci saranno altri parlamentari che vogliano condividere una mozione di sfiducia con Sinistra italiana. L’ “oltre ogni decenza”, che ha caratterizzato l’iniziativa di Lorenzin sull’intera faccenda, non può passare sotto silenzio e lo stesso capo del governo dovrebbe essere chiamato a renderne conto e anche rendere conto di suo, di quel totale far finta di niente che lo ha caratterizzato, continuando a tenersi un personaggio così connotato al governo. E’ una pratica ormai consolidata con il raggruppamento di Angelino Alfano, l’indispensabile stampella del governo.

    Soprattutto nella fase di confronto referendario – con lo stesso Renzi e i sostenitori del “si” che sostengono che la riforma non lede i principi fondamentali della Carta – c’è qualcosa da mettere in chiaro e di cui chiedere conto a Renzi, oltre che a Lorenzin. La riforma, lo sappiamo, depotenzia fino all’ esaurimento quei principi, e molto è stato detto per dimostrarlo. Ma ora Renzi, con la ministra al seguito, è in patente contraddizione con se stesso, visto che tutta la grancassa pubblicitaria sul giorno della fertilità è fondata sulla discriminazione tra i buoni e i”cattivi”, “compagni” per giunta – anche la scelta di questa parola dice molto – e su un’idea neanche tanto nascosta di funzione etica dello Stato. Tutto questo viola proprio i principi fondamentali della prima parte della Costituzione. Bisogna mettere questo aspetto al centro, chiarire la scia velenosa che certi messaggi contengono. Messaggi che, se non contrastati a fondo e decisamente, abituano a banalizzare tutto, facilitando il fatto che l’opinione pubblica conviva con la continua erosione del senso profondo degli stessi principi costituzionali.

    Tutta la vicenda non è ovviamente frutto di noncuranza, distrazione, incompetenza della ministra o del suo staff. Come Lorenzin, con notevole faccia tosta, invece ribadisce. Niente succede per caso, soprattutto in casi come questo. Basta leggere il curriculum vitae della consulente della ministra per i temi eticamente sensibili, Assuntina Morresi, che ha un blog intitolato “Stracristiano” ed è legata ai settori più integralisti del mondo cattolico. La sua consulenza non a caso si ispira a un rigoroso non licet per tutte le forme di affermazione soggettiva delle donne rispetto al proprio corpo: dall’aborto a tutto. Basta la sacra famiglia rigorosamente “naturale”.

    Viviamo una pericolosa transizione della storia occidentale, che ogni giorno, per le ragioni che sappiamo, e per la forza moltiplicativa che esse hanno, si affolla dei fantasmi del nostro passato. Così torna il richiamo all’ossessione identitaria, tornano le suggestioni e i richiami della xeno fobia e dell’odio del diverso da sé. E’ questa l’anima nera di quella crisi esistenziale dell’Europa di cui ha parlato il presidente della Commissione Juncker, nel suo ultimo, inutile discorso sullo stato dell’Unione. Inutile perché infiocchettato di promesse che non saranno mai mantenute e nessuna svolta positiva avrà luogo se altro non interverrà a cambiare le cose. Frontiere chiuse per non far passare profughi e migranti, ansia securitaria, paura che la stirpe di appartenenza e il “nostri” valori vengano messi sotto scacco dagli invasori o perdano la loro autenticità. Il tutto mentre cresce un razzismo bianco sempre più dichiarato e teorizzato, che la frustrazione dei settori più deboli della società, quelli più ferocemente colpiti dalle politiche di austerità, rende potenzialmente esplosivo. L’aggressività nazionalistica in fasi come quella che viviamo è un tutt’uno con la stessa storia dell’Europa novecentesca, prima della finestra democratica che si aprì con la fine della seconda guerra mondiale, e che oggi appare in via di deperimento. Di questo parlano i successi delle formazioni politiche di estrema destra in giro per l’Europa. Per questo non è il caso di permettere che il Fertility day passi come un incidente di percorso di una ministra distratta o che tutto venga deviato soltanto o soprattutto sulla per altro sacrosanta richiesta di asili e altro. E’ il pretendere di dettare regole e stili di vita, è il simbolico del materiale iconografico,è il rifiuto di considerare la presenza di uomini e donne immigrate come una ricchezza è il richiamo sotterraneo che tutto questo comporta: qui sta il punto vero dell’intera faccenda.

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  • Muri di pietra

    MURI DI PIETRA — di Elettra Deiana

    In base a un accordo tra il governo del Regno unito e quello della Repubblica francese – Paesi simbolo dei valori e dei principi democratici di cui l’Europa si fa vanto – verrà innalzato, sulla strada che da Calais porta al tunnel sotterraneo per la Gran Bretagna, un muro di cemento armato lungo un chilometro per impedire ai profughi di raggiungere quel Paese. Un muro di cui, già da questo mese, la Gran Bretagna avvierà la costruzione. Questo a proprie spese e col particolare da sottolineare che la costruzione avverrà sul territorio di un altro Paese. L’Europa? Tace.
    Nel frattempo dagli esiti elettorali del voto di domenica 13 marzo svoltosi in tre länder tedeschi, l’Alternativa per la Germania (Alternative für Deutschland, AfD), partito populista di destra, vola alto, incassando risultati finora inimmaginabili, soprattutto nella Sassonia-Anhalt, uno dei länder della ex Germania dell’est dove è cresciuto in questi due anni Pegida, il movimento xenofobo e anti-islamista.
    Siamo a questo punto. Il rischio è quello di costruire soltanto l’Europa delle fortezze, dicevano i soliti gufi di allora. Ora siamo oltre. Veramente oltre.

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  • Quando la liberté assume la grinta maschil-statale del divieto in ossequio al “principio” dell’incompatibilità con il “nostro” modo di vestire

    Lungi dall’essere “solo” un costume da bagno, il burkini è “espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna”, quindi è “incompatibile con i valori della Francia e della Repubblica”. E’ la presa di posizione del premier francese Manuel Valls, che esprime così il suo sostegno al bando emesso da alcuni comuni francesi contro il costume per donne musulmane che copre l’intero corpo (il nome burkini dalla contrazione tra burqa e bikini)

    Così la cronaca. Che dire di fronte a tanta prosopopea maschile in tema di libertà, valori, civiltà europea? Per di più prosopopea di un capo di governo, che dovrebbe avere l’obbligo, per ruolo e funzione, di pensare in senso lato alla multiforme realtà sociale del suo Paese. Burkini come asservimento della donna, quindi incompatibile con quei valori di cui sopra.Ma la Francia, sulla questione del velo, da tempo è andata elucubrando un’idea della libertà femminile assai discutibile. Allora, il burkini, è quella roba là che dice Valls? Che è simbolo della sottomissione della donna, incompatibile con i valori francesi?. E invece il divieto di Stato sul burkini che cos’è se non la versione nostrana della stessa antica misoginia patriarcale di sottomettere le donne alle regole del vestire, – l’ossessione delle regole del vestire è stata elemento di fondo del patriarcato anche occidentale e oggi si riversa sul vestire differente. Ho visto in Tv un’atleta egiziana che ha riscosso molto successo ed era vestita col suo burkini ma esprimeva nel volto e nel modo di porsi la grande felicità della sua libertà di partecipare ai giochi.

    I percorsi della libertà femminile sono diversi e complicati. Le regole del vestire hanno ossessionato sempre la misoginia della società. Tra le tante altre regole che le donne dovevano subire. Misoginia odierna di Stato che fa finta di non capire che oggi tra le donne che indossano il burkini ce ne sono – molte o poche non importa – che lo fanno per scelta, perché vogliono farlo, e più ci sono divieti più crescerà la spinta all’appartenenza comunitaria. Altre un po’ e un po’ e non sanno come procedere ma certo saranno anche loro ostili alle ingiunzioni di Stato. E poi ci sono quelle che subiscono.ma ci sono anche ragazze e signore, che hanno scelto di vestirsi al’occidentale. lo hanno saputo o potuto fare, perché anche quel mondo è complesso e articolato. Lo sappiamo.

    Quelle che subiscono, se vogliono, troveranno la strada, chiederanno aiuto, vedranno come fare, nella “libera Francia”e altrove . Non voglio dire quello che penso sulle cose che sto ascoltando in questo momento compitamente enunciate da una conduttrice circa il fatto che quel vestire è un format simbolico che allude alle performance jihadista. Circo mediatico come accademia del sentito dire, insomma. In tutto questo non mi resta che lodare per davvero la prudenza del ministro Alfano e dello stesso Renzi, che hanno detto e ridetto le cose elementari che vanno dette. Pensate un po’

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  • Costituzione a rischio di dissovenza?

     

    COSTITUZIONE A RISCHIO DI DISSOLVENZA? ‪#‎iovotoNO‬
    Perché la cosa ci riguarda —

    Il grande circo politico-mediatico, in queste settimane, parla molto – sia pure quasi sempre a sproposito – della Costituzione e della riforma costituzionale. Nel negativo caso di conferma referendaria, la riforma – o deforma, come la chiamano alcuni irrispettosi esponenti del “no”, o controriforma e basta, come la chiamerei io – apporterà mutamenti di sostanza all’intera seconda parte della Carta- ben quaranta articoli – con conseguenze non irrilevanti, costituzionalmente parlando, a vari livelli. Confermando intanto, e in modo decisivo, la già di fatto esistente preminenza dell’esecutivo sulle rappresentanze parlamentari, che diventerebbe pressoché assoluta se la riforma andasse a braccetto con l’Italicum. Ma occorre anche insistere sul fatto che è la tendenza di fatto il vero rischio in atto, anche a prescindere dalla legge elettorale, e che la controriforma sancirebbe questa tendenza come ormai assodata e acquisita, senza che neanche lontanamente si prevedano meccanismi di contenimento e bilanciamento del potere dell’esecutivo. Ma anche sulla famosa prima parte, quella dei “Principi fondamentali”, bisogna mettere in chiaro le cose. Perché se tutti, a cominciare dall’attuale capo del governo, dichiarano che, “ovviamente”, la prima parte non è toccabile, sappiamo invece che proprio quella parte è già ridotta a pura rimanenza letteraria di astratti principi, che non trovano nessun riscontro nella vita concreta delle persone né, politicamente parlando, nella attivazione di meccanismi di reale contrasto alla continua svalorizzazione del lavoro, alle variegate ingiustizie sociali che assillano il Paese, alla crescente pauperizzazione di vaste fasce della popolazione. E mettiamoci anche l’articolo 11, affinché qualcuno ricordi che il “ripudio della guerra” ancora sta scritto in quella pregnante ma ormai dimenticata prima parte.

    Che fa la politica se non sta alla Costituzione? Che può fare la Repubblica senza la politica? Un bella domanda, mai come oggi attuale, di fronte alla crisi della politica istituzionale, dei partiti, delle rappresentanze parlamentari.

    Leggi e meccanismi di contrasto, dunque, di cui ci parla lo straordinario articolo 3 della Costituzione italiana, e che la Repubblica, se ci fosse una politica costituzionalmente orientata, potrebbe e dovrebbe mettere in atto e invece non può più garantire. Perché non basta un testo, ancorché cristallino su questi problemi, come è la nostra Costituzione. Da tempo la legge fondamentale non costituisce più un vincolo e un riferimento per la politica. La politica l’ha abbandonata, se n’è andata per conto suo. Con la “riforma” boschiana sarà confermata non solo questa mortifera tendenza – già resa evidente e confermata dalle ultime riforme su lavoro, scuola e altro, che l’attuale governo è riuscito a mettere all’incasso – ma risulterà anche evidente che qualsiasi nuovo governo, mai come oggi, mai dopo la prova di forza voluta da Renzi, potrà fare come vuole con quel che rimarrà della Carta. Per adattarla via via alle esigenze sempre nuove del momento, per rispondere a nuove richieste dell’Europa o far finta di niente di fronte a allusioni e sollecitazioni di stampo neoliberale, che società finanziarie come JP Morgan, hanno fatto e fanno, circa l’eccesso di democrazia di cui la Costituzione italiana e altre di tipo antifascista, soffrirebbero. Una ardita ingerenza sempre pudicamente taciuta, lasciata passare – rimossa e dunque banalizzata – dal dibattito pubblico. Hanno probabilmente paura di dover ammettere che sì effettivamente il problema che hanno i governanti italiani, complice il sistema mediatico che ruota loro interno, è proprio di dover “ridimensionare” la democrazia. E dunque non si può dire, ma JP Morgan, vedi un po’, ha ragione.

    Un esempio illuminante di questa ormai consolidata tendenza, che il nuovo governo ha solo portato alle estreme conseguenze, è stata la modifica dell’art. 81 della Costituzione, avvenuta sotto i governi di Berlusconi (il quarto) e Monti, nella seconda metà della XVI Legislatura, proprio nel bel mezzo della crisi dello spread e dell’invocato stato di emergenza, che è stata una tappa decisiva nell’affermare la tendenza alla preminenza – senza regole, se non quelle da stato di emergenza – dell’esecutivo. In quella occasione non colpì affatto, ma avrebbe dovuto invece colpire fortemente, la leggerezza con cui una modifica costituzionale di tal peso fu adottata dal legislatore( 90% circa dei consensi), e tutto avvenne in tempi da record, alla faccia degli ingombri insormontabili del bicameralismo perfetto che ci vengono continuamente ammanniti per spiegarci la giustezza della, per altro falsa, cancellazione del Senato nonché l’egualmente falsa riduzione delle spese che dalla cancellazione deriverebbe. Tempi da record per la modifica costituzionale dell’articolo 81, dunque e, soprattutto, disponibilità della classe politica italiana ad andare ben oltre le stesse richieste di Bruxelles. L’Ue infatti imponeva sì all’Italia di adeguare i bilanci di spesa al Fiscal Compact ma non prevedeva che un tale vincolo dovesse essere adottato addirittura a livello costituzionale. Roba da matti, per dirla chiara, una scelta scriteriata che è passata nell’opinione pubblica come acqua fresca, grazie alla grancassa mediatica, ai ricatti politici del baratro che si apriva, all’ignavia delle classi dirigenti. E al depotenziamento ormai avvenuto del significato politico e sociale di avere una Costituzione a impedimento che i poteri costituiti facciano quello che vogliono. Punto essenziale da mettere in chiaro: non amiamo i governi costituenti. Di questi tempi, poi.

    L’accidioso spirito del tempo, il contagioso, dilagante senso comune, alimentato dalle facili demagogie del potere, nonché l’ignavia dei chierici, mi piace dire con lessico antico, tutto insomma lavora da tempo a un processo di rarefazione e banalizzazione del nocciolo duro della Costituzione. Processo che si rafforza grazie alla potenza performativa del sistema politico-mediatico, che spinge e convince ad accettare su tutto la vulgata dominante. Che è quella di chi ha in mano Palazzo Chigi. La vulgata delle continue tiritere di cui ci dilettano governo e entourage. Non è un caso che Berlusconi e Renzi abbiano così tanti tratti in comune. Il nuovismo, in primis, che è cosa assai diversa dal rinnovamento. Il nuovismo ti fa dire tutte le sciocchezze che vuoi, tanto dietro a te non c’è nulla e nessuno. Il rinnovamento ti fa fare i conti con il passato e i suoi fantasmi. Che ancora affollano il presente.

    Domina ormai nel discorso pubblico, una sorta di cattedra unica del pensiero – il conformismo rispetto a come oggi stanno le cose. Conformismo che divarica il linguaggio politico tra l’adattamento su tutto al meanstream narrativo dominante, da una parte, e la facile demagogia di chi sdogana tutto per occupare il suo posto al sole, dall’altra. Non c’è invece spazio per il pensiero critico, l’azione critica, un’idea di sottrazione al conformismo e di proposta di cambiamento che abbia la forza di sparigliare e dare un ordine diverso alle cose. Un distanziamento e un guardare le cose da un altro punto di vista. Farsi altre domande. Gli unici che ci hanno provato, almeno a sparigliare – con l’uso della rete, col concetto – per altro rimasto confuso – dei rappresentanti/cittadini, con l’idea anche essa non chiarita della democrazia diretta, ma suggestiva, oggi, per i guasti smisurati da cui è segnata la democrazia rappresentativa – sono i Cinque stelle. Ma si sa in realtà sempre meno su che cosa vogliano davvero fare né, soprattutto, sembrano disposti a discuterne seriamente fuori dal loro ambito. Come a me invece piacerebbe che avvenisse, perché da alcune delle istanze di cui sono portatori non si può prescindere.

    Il modo di costruire il confronto – che in realtà è scontro – secondo le prevalenti ricette della ministra Boschi e di altri del governo o della maggioranza, si riverbera sul dibattito e lo assoggetta, svilendolo, nel gioco tutto politicista di contendenti in campo protesi alla vittoria. Così si perde di vista il nocciolo duro della questione, che è poi il cuore del costituzionalismo democratico del Novecento, quello che fa la differenza tra una costituzione embedded, su cui il potere costituito può mettere le mani come vuole, e una Costituzione che ha la sua bussola nel nesso inscindibile tra se stessa e la sovranità popolare – articolo 1 – quindi nello stabilire con rigore millimetrico i limiti e le regole del potere e dei poteri, cioè il fatto che i poteri stessi non facciano altro, rispetto a quello a cui sono destinati a fare, che non prevarichino, che non rimescolino le carte invadendo il campo altrui. E stiano, ognuno per quello che gli compete, al rispetto della dialettica democratica tra le diverse posizioni che il Paese esprime, alla difesa del dissenso, secondo Costituzione e leggi della Repubblica, alla tutela dei diritti delle minoranze, della libertà del pensare non conforme, dell’esprimere dissenso, anche organizzandolo, vedete un po’, sia con i “no” irrispettosi di molte di noi alla riforma, sia con forme varie di conflitto che anche in Italia per fortuna continuano a darsi.Ma vengono trattate come vicende solo irritanti. fuori norma, sempre scandalose e senza senso. Fanno solo perdere tempo.

    D’altra parte il silenzio tombale che politica e circo mediatico hanno costruito intorno ai due mesi e passa di durissime lotte in Francia contro la Loi travail la dice lunga sullo stato del dibattito italiano. E sulla paura che qualcosa di impensabile prenda vita e sparigli il confronto. Anche la sinistra su questo non ha certo brillato ed è quindi un problema anche nostro.
    La Costituzione fu concepita e elaborata per tenere insieme una società con le sue differenze e i suoi contrasti, le sue talvolta prodigiose,convergenze e le sue spesso acute distonie. Anche di classe, si diceva una volta, concetto che oggi è solo una misera questione di povertà – mentre il capitalismo si mangia la vita delle nuove generazioni – da risolversi, quando c’è un tornaconto elettorale. con le graziose elargizioni del governo. Come un volta facevano i Re.

    Su questo, sul nesso tra Costituzione, vita delle persone e soprattutto diritti sociali delle persone, che è oggi la vera questione in gioco, siccome non se ne parla, dobbiamo essere noi a parlarne. Dire no, per recuperare la Costituzione alla politica, e rilanciarla non solo come bene del cuore – è per molti e molte anche tale ma non servirebbe davvero a nulla se tutto si risolvesse in questo – ma come insostituibile riferimento della politica.

    L’appuntamento referendario non è una partita che riguarda le cosiddette classi dirigenti: la svolta tanto attesa per l’Italia, il cambio di passo necessario per “efficientare” il sistema rimasto inceppato da troppo tempo, il farsi valere anche con le riforme istituzionali in Europa. E via così.

    Se ne deve invece parlare radicalmente da un altro punto di vista. Oltre ad affermare le ragioni di ogni tipo, anche tecnico funzionali, del no, che devono essere ben spiegate per convincere il numero più alto possibile di elettori a liberarsi di questo incredibile pastrocchio, bisogna puntare anche, per quel che è nelle nostre mani, a far rinascere, fra tutti, e far nascere tra i giovani, una rinnovata passione democratica di tipo costituzionale, e una di nuovo forte consapevolezza del rapporto positivo che deve esserci tra Costituzione e politica, tra Costituzione e vita delle persone, tra Costituzione e democrazia. E dunque un desiderio popolare e una volontà popolare anche di interrogarsi su come quel nocciolo duro di cui sopra possa essere meglio valorizzato e reso un obbligo per la politica, anche cominciando a riflettere sugli eventuali cambiamenti al testo del ’48, utili perché tutto meglio funzioni in questo senso. Perché difendere la Costituzione non deve significare in nessun momento un ripiegamento nostalgico né un atteggiamento conservatore. E’ il cuore del costituzionalismo democratico che deve parlare e fare la differenza. E deve per questo essere quel cuore a essere strenuamente difeso. Non solo in Italia e non solo, ovviamente, per i nativi autoctoni. Ma questo è, per il momento, un altro discorso. #iovotono è intanto la priorità.

    ELETTRA DEIANA su Face book, 16-8-’16

     

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  • Hillary Clinton for President

     

    La Convention democratica, appena conclusasi a Philadelphia, ha conferito a Hillary Clinton la nomination alla candidatura per la Presidenza degli Stati Uniti.  Tutto è avvenuto all’insegna del massimo sforzo di auto rappresentazione positiva da parte del Partito democratico. Le divisioni e le tensioni che si erano manifestate nei mesi scorsi sono state bandite o messe sotto il tappeto, davanti a un parterre di prima qualità, che ha raccolto  personaggi di grande ascolto del mondo artistico, intellettuale e politico, e grazie al gioco di squadra che intorno alla candidata hanno sviluppato i big della politica: dal presidente uscente Barack Obama , che ha pronunciato uno dei suoi grandi discorsi carismatici sull’America che sta per lasciare, migliore, ha detto, di come l’abbia trovata; all’ex presidente Bill Clinton, che di Hillary è il marito ed è stato abilissimo ad accendere i cuori con un discorso denso di riferimenti ai valori di libertà e democrazia del Paese. E altri ancora, chiamati, per le loro capacità oratorie e dialettiche nel rivolgersi anche a un pubblico diverso rispetto a quello democratico, soprattutto gli elettori maschi duramente conservatori degli Stati del Midwest. Lo ha fatto tra gli altri, con particolare efficacia, il senatore Sherod Brown, che ha accentuate posizioni di sinistra ma è capace di interloquire con i malmostosi umori popolari della gente del suo Stato: l’Ohio, tra quelli più in bilico dal punto di vista elettorale. La scommessa del Partito democratico è infatti di far breccia nell’elettorato repubblicano, in alcune sue parti molto scontento e preoccupato per la nomination di Trump. Il miliardario newyorchese infatti, personaggio quanto mai atipico rispetto alle performance politiche del mainstream repubblicano, desta molta inquietudine negli ambienti dei poteri che contano negli Stati Uniti, a cominciare da quello militare. L’ex  generale John Allen, ora responsabile per la lotta all’Isis della Casa Bianca, ha attaccato Donald Trump accusandolo di essere incapace di guidare l’esercito – il Presidente dgli Usa è Chief commander delle Forse armate – e inadatto a gestire le relazioni con gli alleati.  E la Cia, che tradizionalmente consegna ai candidati designati i dossier segreti in suo possesso, ha dichiarato le sue perplessità a compiere quell’atto, vista la conferma del candidato Trump.

    Tutti hanno giocato le migliori carte possibili intorno a Illary Clinton, “la prima donna alla Casa Bianca”. Il Partito democratico ha anche “rubato” ai repubblicani qualcosa della tipica rappresentazione patriottica dei grandi momenti, come è appunto la nomination  del candidato Presidente. Lo hanno notato seccati anche opinionisti e politici di quel partito. Il Partito democratico ha infatti riempito di bandiere a stelle e strisce, di cartelli e cori USA USA! il parterre della convention e in quantità  davvero inusuali per la sua tradizione. L’impostazione data alla campagna democratica è infatti molto diversa rispetto alla tradizione: questo è il dato più interessante che via via è emerso nella lunga fase delle primarie ed è stato esplicitato alla convention finale anche nella scelta dell’allestimento scenografico e nell’invito a un certa tipologia  di oratori. Non Clinton contro Trump ma Trump contro l’America e il Partito democratico che si pone come l’America contraria a che la massima rappresentanza del Paese finisca nelle mani di Trump. Anche il discorso finale di Hillary Clinton  si è acceso soprattutto nella seconda parte, dedicata a contrastare duramente il suo competitore per il fatto di rappresentare la negazione della tradizione americana.

    Intorno alla “prima donna alla Casa Bianca” si è giocata però anche un’altra significativa partita, forse inaspettata per il modo in cui ha preso forma, ma del tutto interna alla lunga fase di transizione che viviamo, dove un elemento fondamentale continua a essere l’irrompere delle donne sulla scena pubblica. Ed è, la partita, quella  relativa alla dimensione simbolica del rapporto tra uomini e donne sul terreno del potere politico.  Che non prescinde da ciò che concretamente è stata l’esperienza di vita di Hillary, ma quella vita, quella soggettività femminile deve ora essere meglio considerata anche alla luce dello spostamento di senso avvenuto alla convention. Anche perché ha un significato più generale in molte direzioni.

    Nel gioco di squadra di cui sopra, il Presidente Obama e l’ex Presidente Clinton hanno infatti voluto rendere omaggio alla candidata in modo non da cerimoniale istituzionale ma riconoscendone o  attribuendole coram populo grandi capacita di  leadership, superori, ha detto Obama, alle sue. E guardando obliquamente Bill Clinton che avrebbe parlato da lì a poco, ha aggiunto “anche alle tue”. Tant’è che Hillary, rompendo il cerimoniale, si è alzata ed è andata ad abbracciarlo con enfasi, tra giganteschi scrosci di applausi. Mossa tipica da politica dei grandi uomini di una volta che lei ha fatto con grande mestiere politico. Perché lei è questo: una lunga scommessa con se stessa per arrivare dove sta arrivando.

    L’arrivo della prima donna alla Casa Bianca – che da molti punti di vista potrebbe essere considerato oggi un dato solo fisiologico, e io credo che in gran parte sia tale, visto che le donne sono ormai in competizione con gli uomini ovunque si aprano gli spazi per farlo, e in Europa Angela Merkel lo testimonia alla grande, ma non solo lei –  non è invece solo un dato meramente fisiologico. Di tutto questo  ha parlato con acutezza Ida Dominijanni su l’Internazionale e consiglio la lettura del suo articolo.

    Io voglio sottolineare che oggi i modi in cui tutto questo è avvenuto intorno a  Hillary Clinton non può non essere collegato alla strabocchevole dimensione della crisi non solo dell’ordine maschile delle cose ma del maschile stesso, come concreta esperienza individuale e delle relazioni che contano tra uomini. Della loro antropologia politica, pubblica, di capacità di stare e rispondere alle incombenze del potere. Del come loro vivono il rapporto tra il personale e il politico e non sanno come destreggiarsi. Parla di questo, vistosamente, la resa delle armi di tutti gli uomini britannici di punta che sono stati protagonisti della Brexit e davanti al verdetto popolare sono fuggiti il giorno dopo a gambe levate. E hanno lasciato che delle donne subentrassero al loro posto. E Theresa May, la nuova Prima Ministra conservatrice ha fatto il suo gioco assumendosi tutte le responsabilità senza battere ciglio. Ha dichiarato che la Brexit è stata decisa col voto popolare e non si tocca e che lei contratterà con l’Europa le migliori condizioni possibili per il Regno Unito. E la grande apertura – il sorriso della Regina che la stampa ha sottolineato – con cui la nuova Prima Ministra è stata accolta a Buckingham Palace – dice di un’intesa tra donne che comincia forse a funzionare. E che invece  non funziona più come aveva sempre funzionato tra gli uomini ed era la forza, il cemento del loro potere sociale e simbolico. Barak Obama e Bill Clinton si sono trovati d’accordo a fare un passo a lato rispetto alla nuova candidata, perché la vicenda storica va in questo verso e loro lo sanno: questo è emerso molto chiaramente, così come è emerso il gioco di squadra che alcune donne importanti hanno voluto fare intorno alla sentimentale  parola d’ordine  “Hillary alla Casa Bianca”. Lo ha fatto alla grande Elizabeth Warren senatrice del Massachusetts, uno degli idoli progressisti più amati dall’elettorato democratico, in un affollato comizio a Cincinnati (Ohio), che è stato tra gli eventi più riusciti dell’intera campagna elettorale di Hillary. Lo ha fatto Michelle Obama, in un memorabile discorso pronunciato all’inizio della convention, che ha mandato in visibilio il Presidente. Ti amo, ha twittato.

    Hillary Clinton dunque in lizza e forse Presidente. Le implicazioni di tutto questo al momento sono soltanto che delle donne subentrano al posto degli uomini e fanno quello che fanno gli uomini. Non c’è nulla di diverso, se non che si conferma un ordine della “normalità” delle cose che, a ceti livelli, non può che incoraggiare le donne che aspirano a mettersi in gioco. Ma questo, in assenza di altre politiche e di altre trasformazioni delle cose, accentua gli elementi di crisi della contemporaneità, non li risolve. Così come non vengono messe in discussione le strutture profonde del potere, a cominciare da quella economica, che restano saldamente in mani soprattutto maschili.  E anche questo non è robetta. Se eletta, e personalmente non posso che augurarmi che venga eletta, Hillary Clinton con tutti i poteri in campo saprà giocarsela piuttosto bene : ha le competenze, è ostinata e ambiziosa  come poche per farlo, si è fatta le ossa sul campo da lungo tempo. Ed è lei stessa soprattutto una donna di potere, con alle spalle una storia femminile dove l’ambizione del potere si è fatta via via a complice del potere stesso, quale esso è, e si è misurata su modalità dell’agire in campo pubblico che non si scostano dalle dominanti pratiche del potere stesso. Il tutto è poi  permeato dal tradizionale tratto femminile –  che i cambiamenti scaturiti grazie al femminismo non hanno cancellato –  di una accondiscendenza, adattività o vera e propria complicità  femminile al potere maschile e alle sue regole.  E anche furbizia – che è il corrispettivo femminile della capacità tattica maschile – nello sfruttare tutte le occasioni che si presentano come riserva per il futuro, come carta che può venir buona domani. Nella nota vicenda di sesso che coinvolse Bill Clinton con una stagista, lei pubblicamente lo salvò perché salvarlo era il modo di scommettere sul suo personale futuro.

    Lo scontro finale con Trump , la campagna elettorale vera e propria il prossimo autunno, non sarà certo un pranzo di gala. L’isolamento  istituzionale del candidato repubblicano non corrisponde a un suo isolamento tra gli elettori. Tutto il contrario. Lo scontento dell’ordinary people, cioè  dei ceti medi, che sono da sempre la colonna portante del sistema democratico statunitense, continua a essere esteso. La tentazione di colmare la necessaria non coincidenza . perché democrazia ci sia davvero –  tra il potere esecutivo e il potere democratico – affidandosi all’uomo forte, è ormai una tentazione che trova in Trump un forte riferimento. Hillary Clinton avrà dalla sua un consenso popolare e un partito che sono stati attraversati dall’impetuosa ventata di sinistra impressa a tutta la campagna da Bernie Sanders e, al programma elettorale in sede di convention, dall’ agguerrita pattuglia di delegati dello stesso Sanders. Il che ha significato che il programma elettorale dei democratici che ne è uscito è quello più a sinistra degli ultimi decenni. Insomma quello che sta succedendo negli Stati Uniti ha da molti punti di vista tutti i segni per contare grandemente sul futuro di tutti i noi. Sarò il caso di farci attenzione con molta cura.

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